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sabato 16 ottobre 2021

“ Che cosa è la preghiera? Perché è così importante?”. A queste domande ci aiuta a rispondere P. Jozo ....



CHE COSA E’ LA PREGHIERA?


La riflessione di P. Jozo sulla preghiera ci aiuta ad essere fedeli ogni giorno.



Si legge nel Vangelo:Gesù Cristo ha sempre posto la preghiera davanti ad ogni scelta e azione.

Preghiera silenziosa, notturna il più delle volte, Preghiera continua, con gli Apostoli, Preghiera di lode, nel tempio di Gerusalemme...

 La Madonna a Medugorje, in vari messaggi ha chiesto, possiamo quasi dire “ implorato”, di pregare con forza, fedeltà e fiducia. Ma spesso ci chiediamo: “ Che cosa è la preghiera? Perché è così importante?”. A queste domande ci aiuta a rispondere P. Jozo dal monastero di Siroki Brijeg.

“...Che cosa è la preghiera? Non possiamo dire che cosa è. E’ un regalo, un dono. Ha una dimensione divina; non possiamo mai dire :”che cosa è” perché sempre è di più di quello che possiamo definire. Non possiamo dire che cosa è, ma possiamo vedere quali frutti fa e quali frutti fa oggi nella comunità e nella chiesa. La preghiera è un attivo incontro con il nostro Dio. Vero, vero, attivo. Incontro sincero con il nostro Dio nel quale veramente il Signore ci parla; nel quale possiamo aprire la nostra vita a Lui e dare amore, gloria e ringraziamento a Lui. E’ Lui che ci incontra. Il suo incontro sempre cambia l’uomo. Come ad esempio ha cambiato Zaccheo. Ascoltando Gesù che era entrato nella sua casa, Zaccheo ha deciso: “ Io ho da dare ai poveri, ho fatto del male agli altri, ho rubato; così ora voglio dare, dare e distribuire ai bisognosi; restituire a tutti quelli a cui ho fatto del male “. Vedete, lui non aveva mai pensato così. Ha pensato: “ Non importa in quale modo io posso avere”. L’importante era avere, avere facendo del male. Ma non sapeva cosa voleva dire “avere”. Quando ha incontrato Cristo, allora ha conosciuto, ha imparato ; per la prima volta ha sentito il bisogno di dare: Cristo è la preghiera.

L’uomo che sempre ha da dare, che sempre fa bene; l’uomo che prega è colui che ha imparato da Cristo a fare le opere buone. Benedice, aiuta, guarisce, illumina la strada a tutti, protegge tutti: l’uomo che prega è un profeta. L’uomo che prega sente la voce di Dio e sa vivere questa voce; è capace di collaborare con questa voce. L’uomo che prega risponde a questa chiamata e sa trasmettere il messaggio agli altri. L’uomo che prega è come Davide, che difende la propria Gerusalemme. E’ un profeta che difende la Chiesa. Per questo la Madonna ha detto:” Potete fermare la guerra con il Rosario”. Non con la politica; vedete come i politici non riescono! Non riescono! Perché non siamo capaci. Perché esiste una confusione. Esistono le famiglie in crisi. I mariti dicono :” Quando lascerò mia moglie sarò libero, sarò in pace! Quando scapperò dalla mia famiglia!”. Noi cristiani sappiamo che questo è tristezza, rovina; la più grande violenza. Non è la pace. Tanti invece credono che questa sia la pace. Vedi come non ci capiamo! Molti che vanno ad uccidere il figlio, vanno ad abortire, pensano :” Vado a liberarmi”. E noi diciamo : no, questa è una violenza una grave guerra, un omicidio. E gli altri dicono :” Ora sono a posto”. Ma non sono a posto! Pensano in modo sbagliato. L’uomo che non prega non può trovare la pace. Non sa che cosa è libertà, che cosa è la pace. Lasciare la moglie o accettare la moglie: che cosa è più grande?

L’uomo che prega sa difendere ed ottenere la pace nella propria casa e nella Chiesa. “Potete, con la preghiera...” E la Chiesa ha accettato la preghiera. Abbiamo bisogno del miracolo della pace. Per questo si prega. Qualsiasi legge di qualunque paese non cambia nulla. E’ la grazia di Dio che cambia l’uomo , fa capire cosa vuole dire Dio, la vita, la pace, il matrimonio, il figlio, sacerdote, Cristo, Papa, la Chiesa, la Bibbia, il Sacramento. Non si può capire questo con la legge. La Chiesa, povera , può stampare i libri, ma attraverso dei libri cosa si fa? Chi si è convertito perché ha letto un libro? Si deve incontrare l’uomo testimone. Cristo è diventato l’uomo, il verbo, la parola. Per diventare testimone. La sua testimonianza è l’amore. Dio è amore. Dio ama, Dio perdona, Dio è la nostra pace. Senza di Lui noi non riusciremo. Siamo chiamati alla conversione. Tornare al Padre, come figli prodighi. Andiamo a casa.

Trascrizione fedele dalla registrazione.
Fonte:http://medjugorje.altervista.org/doc/pjozo/preghiera2.html

16 ottobre 1983 CANONIZZAZIONE DI PADRE LEOPOLDO: OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

 


CANONIZZAZIONE DI PADRE LEOPOLDO DA CASTELNOVO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 16 ottobre 1983


1. “Dio è amore . . . Noi abbiamo creduto all’amore” (1 Gv 4, 8.16).

Venerabili miei fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio. Ecco, noi ci accostiamo oggi all’altare, per esprimere la nostra unità nel sacerdozio di Gesù Cristo. Ci accostiamo per confessare e proclamare, insieme con tutti i partecipanti all’Eucaristia, riuniti in Piazza San Pietro, quello che l’evangelista Giovanni ha scritto nella sua prima Lettera: “Dio è amore . . . In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi . . .” (Gv 4, 8. 10).

Dio è amore, e l’amore è da Dio. Non dal mondo. E non dall’uomo. È da Dio stesso. Il mondo non può esistere senza quest’amore. L’uomo non può esistere senza di esso. L’uomo che è sempre più consapevole di ciò che lo minaccia da parte delle potenze di questo mondo, che egli stesso ha sprigionate, e da parte della civiltà, che egli stesso ha costruito, se questa civiltà non diventerà simultaneamente “la civiltà dell’amore”.

Dio è amore. E l’amore è da Dio. Una profonda coscienza di questa verità ci ha indotti a incontrarci al Sinodo dei Vescovi intorno al tema: “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”. La riconciliazione e la penitenza sono il frutto di quest’amore che è da Dio. Mediante il tema del Sinodo tocchiamo le radici stesse dei problemi che si trovano nel cuore dell’uomo, e insieme dei problemi dai quali dipende la vita dell’intera famiglia umana.

2. L’Amore, che è Dio, si è rivelato una volta per sempre: “. . . si è manifestato l’amore di Dio per noi . . . è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 9-10).

Questa missione del Figlio sta alle basi della nostra riconciliazione con Dio. Il sacrificio di espiazione per i peccati diventa la sorgente della nuova alleanza, che è l’alleanza dell’amore e della verità. Questa è l’alleanza di Dio con l’uomo e la riconciliazione dell’uomo con Dio, che si realizza contemporaneamente nell’uomo come riconciliazione con i fratelli: “se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri . . . se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv 4, 11-12).

Era necessario, venerabili e cari fratelli, questo Sinodo sul tema della riconciliazione e della penitenza per toccare le questioni più profonde nella missione della Chiesa verso l’uomo e verso il mondo dei nostri giorni. Bisognava preparare in un certo senso il terreno per questo Sinodo mediante il Giubileo straordinario dell’Anno della Redenzione, che celebriamo contemporaneamente a Roma e in tutta la Chiesa. Mediante questo il tema del Sinodo si è radicato in modo particolare in ciascuno di noi.

Siamo qui come coloro che hanno riconosciuto e creduto all’amore, che Dio ha per noi (cf. 1 Gv 4, 16). Da tale fede nasce tutto ciò che desideriamo fare mediante i lavori del Sinodo per la riconciliazione e per la penitenza nella missione contemporanea della Chiesa. Lo facciamo, perché “abbiamo creduto all’amore”. Lo facciamo fissando gli occhi su Cristo, il Buon Pastore che conosce le sue pecore e offre la vita per le pecore (cf. Gv 10, 14-15).

3. Oggi tutto questo trova un’espressione ancora più particolare mediante l’inscrizione nell’albo dei santi del beato Leopoldo Mandić. Infatti egli fu, nei suoi giorni, un servo eroico della riconciliazione e della penitenza.

Nato a Castelnovo alle Bocche di Cattaro, a 16 anni lasciò la famiglia e la sua terra per entrare nel seminario dei Cappuccini di Udine. La sua fu una vita senza grandi avvenimenti: qualche trasferimento da un convento all’altro, come è consuetudine dei Cappuccini; ma niente di più. Poi l’assegnazione al Convento di Padova, ove rimase fino alla morte.

Ebbene, proprio in questa povertà di una vita esteriormente irrilevante, venne lo Spirito ed accese una nuova grandezza: quella di un’eroica fedeltà a Cristo, all’ideale francescano, al servizio sacerdotale verso i fratelli.

San Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. Per tutti quelli che lo conobbero, egli altro non fu che un povero frate: piccolo, malaticcio. La sua grandezza è altrove: nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita sacerdotale, cioè per 52 anni, nel silenzio, nella riservatezza, nell’umiltà di una celletta-confessionale: “il buon pastore offre la vita per le pecore”. Fra Leopoldo era sempre lì, pronto e sorridente, prudente e modesto, confidente discreto e padre fedele delle anime, maestro rispettoso e consigliere spirituale comprensivo e paziente.

Se si volesse definirlo con una parola sola, come durante la sua vita facevano i suoi penitenti e confratelli, allora egli è “il confessore”; egli sapeva solo “confessare”. Eppure proprio in questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Egli manifestava così il suo impegno: “Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così, egli rispondeva: “È la mia vita!”.

4. “Il buon pastore offre la vita per le sue pecore”. Ad occhio umano la vita del nostro Santo sembra un albero, a cui una mano invisibile e crudele abbia tagliato, uno dopo l’altro, tutti i rami. Padre Leopoldo fu un sacerdote a cui era impossibile predicare per difetto di pronuncia. Fu un sacerdote che desiderò ardentemente di dedicarsi alle missioni e fino alla fine attese il giorno della partenza, ma che non partì mai perché la sua salute era fragilissima. Fu un sacerdote che aveva uno spirito ecumenico così grande ad offrirsi vittima al Signore, con donazione quotidiana, perché si ricostituisse la piena unità fra la Chiesa Latina e quelle Orientali ancora separate, e si rifacesse “un solo gregge sotto un solo pastore” (cf. Gv 10, 16); ma che visse la sua vocazione ecumenica in un modo del tutto nascosto. Piangendo confidava: “Sarò missionario qui, nell’ubbidienza e nell’esercizio del mio ministero”. E ancora: “Ogni anima che chiede il mio ministero sarà frattanto il mio Oriente”.

A San Leopoldo che cosa restò? A chi e a che cosa servì la sua vita? Gli restarono i fratelli e le sorelle che avevano perduto Dio, l’amore, la speranza. Poveri esseri umani che avevano bisogno di Dio lo invocavano implorando il suo perdono, la sua consolazione, la sua pace, la sua serenità. A questi “poveri” san Leopoldo donò la vita, per loro offrì i suoi dolori e la sua preghiera; ma soprattutto con loro celebrò il sacramento della Riconciliazione. Qui egli visse il suo carisma. Qui si espressero in grado eroico le sue virtù. Egli celebrò il sacramento della Riconciliazione, svolgendo il suo ministero come all’ombra di Cristo crocifisso. Il suo sguardo era fisso al Crocifisso, che pendeva sull’inginocchiatoio del penitente. Il Crocifisso era sempre il protagonista. “È lui che perdona, è lui che assolve!”. Lui, il Pastore del gregge . . .

San Leopoldo immergeva il suo ministero nella preghiera e nella contemplazione. Fu un confessore dalla continua preghiera, un confessore che viveva abitualmente assorto in Dio, in un’atmosfera soprannaturale.

5. La prima lettura dell’odierna Liturgia ci ricorda la preghiera di intercessione di Mosè nel corso del combattimento, che Israele condusse contro Amalek. Quando le mani di Mosè erano alzate, la bilancia della vittoria pendeva dalla parte del suo popolo, quando le mani cadevano per la fatica, prevaleva Amalek.

La Chiesa, mettendo oggi dinanzi a noi la figura del suo umile servo san Leopoldo, che fu una guida per tante anime, vuole anche additare queste mani che si alzano verso l’alto nel corso delle diverse lotte dell’uomo e del Popolo di Dio. Esse si alzano nella preghiera. E si alzano nell’atto dell’assoluzione dei peccati, che raggiunge sempre quell’Amore che è Dio: quell’amore che una volta per sempre si è rivelato a noi nel Cristo crocifisso e risorto. “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5, 20).

Che cosa ci dicono, cari fratelli, queste mani di Mosè alzate nella preghiera? Che cosa ci dicono le mani di san Leopoldo, umile servo del confessionale? Esse ci dicono che la Chiesa non si può stancare mai nel dare testimonianza a Dio che è amore! Essa non si può mai scoraggiare e stancare per le contrarietà, dal momento che il culmine di questa testimonianza si alza irremovibilmente, nella Croce di Gesù Cristo, sopra l’intera storia dell’uomo e del mondo. Pure sopra la nostra difficile epoca in cui l’uomo sembra essere minacciato non soltanto dall’autodistruzione e dalla morte nucleare, ma anche dalla morte spirituale. Infatti come deve vivere lo spirito dell’uomo se “non crede all’amore” (cf. 1 Gv 4, 16)? Come si può sviluppare nel mondo l’opera della molteplice riconciliazione se - oltre la giustizia e il dialogo - non si sprigiona quella forza massima che è l’amore sociale? E l’amore, è da Dio!

6. Venerati e amati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, miei fratelli e sorelle nella grazia della chiamata alla fede mediante il Battesimo, voi tutti che partecipate all’odierna Eucaristia!

Ringrazio il cardinale Decano del Sacro Collegio e il Rappresentante del Sinodo dei Vescovi per le parole che hanno indirizzato a me all’inizio di questa Celebrazione. Nel giorno in cui ricorre il quinto anniversario della mia chiamata a svolgere il servizio di Pietro in Roma, nell’anno in cui si compiono 25 anni dalla mia consacrazione episcopale, mi è particolarmente cara e preziosa questa vostra comune preghiera; questa comune Eucaristia.

Infatti tutti noi - e il Vescovo di Roma in particolare - dobbiamo perseverare con le mani alzate verso Dio nonostante tutta la nostra umana debolezza e indegnità. Non possiamo stancarci e scoraggiarci.

Tra le esperienze del nostro tempo, tra le minacce che incombono sulla grande famiglia umana, tra le lotte dei popoli e delle Nazioni, tra le sofferenze di tanti cuori e di tante coscienze umane, non possiamo mancare di dare la testimonianza: “Dio è amore . . . l’amore è da Dio . . . noi abbiamo creduto all’amore”. Amen.


venerdì 15 ottobre 2021

La metafora del "Castello interiore" di Santa Teresa d’Avila: La vita è come un castello....

 





Ecco la potente metafora del Castello interiore di Santa Teresa d’Avila. Quante volte ci sentiamo come fuori dalla nostra stessa vita, spettatori di un film che scorre e che non è il nostro. Quante volte ci sembra di essere fuori dal cuore della nostra stessa vita, persi dietro desideri secondari, poiché non sappiamo ancora dove mettere radici, poiché non sappiamo cosa realmente desideriamo.

Ecco come Teresa inizia a tratteggiare l’immagine del castello:

«Oggi stavo supplicando il Signore di parlare in luogo mio, perché non sapevo cosa dire, né come cominciare ad obbedire al comando che mi è stato imposto, ed ecco quello che mi venne in mente. Mi servirà di fondamento a quanto dirò.
Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni [stanze in successione sempre più interne], come molte ve ne sono in cielo.
Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos’è l’anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie?
E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un’anima e alla sua immensa capacità!»

Al cuore della nostra stessa vita, così come essa è, c’è una stanza dove abita Dio. Questo rende la nostra vita la più alta delle realtà create. Vivere non è un assurdo:

«Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Iddio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati. Se ciò è vero – e non se ne può dubitare – è inutile che ci stanchiamo nel voler comprendere la bellezza del castello. Tuttavia, per avere un’idea della sua eccellenza e dignità, basta pensare che Dio dice di averlo fatto a sua immagine, benché tra il castello e Dio vi sia sempre la differenza di Creatore e creatura, essendo anche l’anima una creatura».

L’assurdo della condizione umana sta nel fatto che l’uomo non si cura della bellezza della propria vita, non si cura della bellezza della propria anima. Ed è come se uno non sapesse come si chiama o chi è!

«Non sarebbe grande ignoranza, figliuole mie, se uno, interrogato chi fosse, non sapesse rispondere, né dare indicazioni di suo padre, di sua madre, né del suo paese di origine?
Se ciò è indizio di grande ottusità, assai più grande è senza dubbio la nostra se non procuriamo di sapere chi siamo, per fermarci solo ai nostri corpi.
Sì, sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché ce l’insegna la fede, ma così all’ingrosso, tanto vero che ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita.
E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello, ossia a questi nostri corpi.
Come ho detto, questo castello risulta di molte stanze, alcune poste in alto, altre in basso ed altre ai lati. Al centro, in mezzo a tutte, vi è la stanza principale, quella dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima».

Il paradosso della vita è che Dio è nel nostro cuore, ma noi siamo fuori dal nostro stesso cuore. Noi non entriamo abitualmente in noi stessi e viviamo come mendicanti alle porte del castello ed, allo stesso tempo, siamo dentro il castello e ne siamo i proprietari: è la nostra anima, dove possiamo parlare con Dio:

«Tornando al nostro incantevole e splendido castello, dobbiamo ora vedere il modo di potervi entrare. Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrarvi, perché si è già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molte anime stanno soltanto nei dintorni, là dove sostano le guardie, senza curarsi di andare più innanzi, né sapere cosa si racchiuda in quella splendida dimora, né chi l’abiti, né quali appartamenti contenga. Se avete letto in qualche libro di orazione consigliare l’anima ad entrare in se stessa, è proprio quello che intendo io».

La via della preghiera ci permette di cominciare ad addentrarci nel castello. Se l’uomo smette di essere attento solo al possesso delle cose e rientra in se stesso, ecco che pian piano si addentra nei primi appartamenti, nelle prime mansioni del castello. Entra cioè in se stesso, nella propria bellezza, inizia a scoprire la propria vocazione:

«Mi diceva ultimamente un gran teologo che le anime senza orazione sono come un corpo storpiato o paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere. Ve ne sono di così ammalate e talmente avvezze a vivere fra le cose esteriori, da esser refrattarie a qualsiasi cura, quasi impotenti a rientrare in se stesse. […] Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l’orazione e la meditazione».

Chi non prega, non incontra il padrone del castello, Dio, e non scopre di essere l’amante di quel Signore, che l’attende per regnare con lei nel castello.

Già aver deciso di entrare nel castello, anche se è solo il primo passo, è decisivo. L’uomo smette di vivere di espedienti ed inizia ad avvicinarsi a Dio, iniziando al contempo ad avvicinarsi al cuore della propria anima, poiché l’una e l’altra realtà non si possono mai separare:

«Parliamo […] di quelle che […] finiscono con entrare nel castello. Benché ingolfate nel mondo, non mancano di buoni desideri: di tanto in tanto si raccomandano a Dio, e, sia pure in fretta, rientrano in se stesse con qualche considerazione. Pregano qualche volta al mese, benché distrattamente, dato che il loro pensiero è quasi sempre tra gli affari, a cui sono molto attaccate, secondo il detto: Dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore. Però, di tanto in tanto decidono di liberarsene perché, grazie al proprio conoscimento – che è sempre una gran cosa – riconoscono che la strada per cui camminano non è quella che conduce al castello. Finalmente entrano nelle prime stanze del pianterreno, ma vi portano con sé un’infinità di animaletti, i quali non solo impediscono di veder le bellezze del castello, ma neppur permettono di rimanervi in pace. Tuttavia han già fatto molto con l’entrarvi».

Parlando di questi primi appartamenti, di queste prime mansioni, in cui l’anima si addentra, Teresa fa notare che all’inizio tutto appare buio, nel fondo del nostro cuore, a motivo del peccato. Ma non appena l’anima comincia ad allontanarsi dal peccato e a rivolgersi al bene, ecco che si accorge che in realtà il castello all’interno è luminoso. Il castello, la nostra vita, si trasfigura se viviamo nel bene, se ci avviciniamo al bene. Tutto cambia nell’anima se vive nel peccato o se comincia a cercare la verità:

«Prima di andare innanzi, vi prego di considerare come si trasformi questo castello meraviglioso e risplendente, questa perla orientale, quest’albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita che è Dio, quando s’imbratti di peccato mortale. Non vi sono tenebre così dense, né cose tanto tetre e buie, che non ne siano superate e di molto. Il Sole che gli compartiva tanta bellezza e splendore è come se più non vi sia, perché, pur rimanendo ancora nel suo centro, l’anima tuttavia non ne partecipa più. Conserva sempre la capacità di goderlo, come il cristallo di riflettere i raggi, ma intanto non vi è più nulla che le sia di merito; e finché dura in quello stato, non le giovano a nulla per l’acquisto della gloria neppure le sue buone opere, perché, non procedendo esse da quel principio per cui la nostra virtù è virtù – voglio dire da Dio, da cui, anzi, si allontanano – non gli possono essere accette. Infatti, chi commette un peccato mortale intende di contentare, non Dio, ma il demonio; e siccome il demonio non è che tenebra, la povera anima si fa tenebra con lui. So di una persona [Parla di se stessa, ndr] a cui il Signore volle far vedere lo stato di un’anima in peccato mortale».

Ma se anche noi siamo nel peccato, la stanza dove Dio abita e ci ama e ci attende, resta intatta al centro del castello! Il cuore della nostra anima risplende e noi non lo sappiamo:

«Si deve intanto considerare che la fonte, o, a meglio dire, il Sole splendente che sta nel centro dell’anima, non perde per questo il suo splendore né la sua bellezza. Continua a star nell’anima, e non vi è nulla che lo possa scolorire. Supponete un cristallo esposto ai raggi del sole, ravvolto in un panno molto nero: il sole dardeggerà sulla stoffa, ma il cristallo non ne verrà illuminato».

C’è un cuore del castello che è abitato. C’è un cuore del castello dove abita Dio. C’è un cuore del castello dove Dio vuole parlare e intrattenersi con noi. Noi possiamo esserne fuori, ma Egli è là, al cuore del nostro cuore.

Teresa aggiunge qui un secondo esempio, quello del cuore della palma che si trova in Andalusia:

«Ritorniamo dunque al nostro castello e alle sue molte mansioni. Non dovete figurarvi queste mansioni le une dopo le altre, come una fuga di stanze. Portate il vostro sguardo al centro, dove è situato l’appartamento o il palazzo del Re. Egli vi abita come in una palmista [palma tipica dell’Andalusia, ndr] di cui non si può prendere il buono se non togliendo le molte foglie che lo coprono. Così qui: intorno e al di sopra della stanza centrale, ve ne sono molte altre, illuminate in ogni parte dal Sole che risiede nel mezzo. Le cose dell’anima si devono sempre considerare con ampiezza, estensione e magnificenza, senza paura di esagerare, perché la capacità dell’anima sorpassa ogni umana immaginazione. Importa molto che un’anima di orazione, a qualunque grado sia giunta, sia lasciata libera di circolare come vuole, in alto, in basso, e ai lati, senza incantucciarla e restringerla in una sola stanza».

Antonio Maria Sicari, carmelitano e grande studioso della spiritualità carmelitana, ha voluto paragonare il castello di Teresa al Castello di F. Kafka. Il grande romanziere ha utilizzato come Teresa l’immagine del castello per dire, però, il definitivo spaesamento dell’uomo, destinato a non capire nulla della vita. Nel Castello di Kafka l’uomo non riesce a comprendere nulla di quella struttura immensa che è solo un’assurdità che rivela come la vita stessa sia assurda e l’uomo destinato a non poterne mai raggiungere i senso.

Ne Il processo F. Kafka inserisce un racconto, che sarà poi pubblicato separatamente, che dice molto della sua esperienza di vita. Si intitola Davanti alla legge.

Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L'uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no.» Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po', l'uomo si china per dare, dalla porta, un'occhiata nell'interno.

Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l'ultimo dei guardiani. All'ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell'altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me.»

L'uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all'uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta.

Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di ricevere il permesso di entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l'ingresso. L'uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta sì ogni cosa, pero gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.»

Durante tutti quegli anni l'uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l'unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sé. Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea.

Alla fine gli s'affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge. Non gli rimane più molto da vivere.

Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell'uomo. «Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile.»

«Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l'uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all'infuori di me, ha chiesto di entrare?»

Il guardiano si accorge che l'uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l'ingresso. E adesso vado e la chiudo».

Nella visione kafkiana l’uomo è come un alienato che attende invano. Esiste un castello, un complicato labirinto inaccessibile, pensato per ogni singolo uomo, ma solo perché ognuno vi sprechi ogni energia inutilmente per entrarvi, per trovare un senso alle cose.

Per Teresa, invece, l’uomo può entrare nel castello se solo lo vuole. Perché la vita non è un assurdo. Perché l’uomo, nella sua visione, non desidera tanto comprendere la Legge, bensì intuisce di avere un cuore, la propria anima, in cui abita Dio. Anche per Teresa chi non entra nel castello resta un alienato, ma ella scrive perché ognuno trovi la fiducia di non restare ai margini della vita, bensì diventi credente, scoprendo che è possibile entrare nel cuore della propria vita, per scoprire che ci appartiene e che Dio ci attira a sé.

Questa la potente immagine teresiana. Il castello interiore descrive poi le sette dimore. Dopo la prima che insiste sul conoscere se stessi, segue la seconda nella quale l’anima scopre la fatica di pregare e che la fatica stessa è preghiera. Viene poi la terza nella quale l’anima è tentata di prendere se stessa a misura della vita spirituale ed è ossessionata dal guardarsi. segue la quarta nella quale l’anima impara a raccogliersi per lasciarsi accogliere da Dio come un bambino che si raccoglie per gettarsi in braccio a suo padre. Viene poi la quinta, con la famosa immagine del bozzolo, nella quale l’anima impara a morire per ritrovare in Dio la vita. Segue poi la sesta con il fidanzamento spirituale e la notte dello spirito nella quale l’anima impara che Dio è veramente tutto e che è bene lasciare ogni cosa per essere con Lui come avviene con l’avanzare del fidanzamento quando si rinuncia a tutto per l’amato. L’opera culmina poi con la settima, l’unione con Dio, l’ingresso nella stanza della comunione mistica con il Signore. Ma per capirne anche solo qualcosa non basta leggere l’intero volume di Teresa, serve una vita intera, serve l’esperienza viva di un cammino di fede.

A noi bastava in questa presentazione introdurre al castello della nostra vita perché ognuno possa incamminarsi sapendo che quel castello gli appartiene e che quel castello non è disabitato, come sembrerebbe a chi non conosce la vita: la nostra vita è, invece, già abitata da Dio.

"Ero in un periodo che non credevo in Dio..."- TESTIMONIAQNZA SU MEDJUGORJE

La testimonianza di Igor 
IGOR: occhi azzurri e profondi in un volto d’asceta, incorniciato da una leggera barbetta. Alto, magro, veste jeans. A guardarlo ti ispira simpatia; dopo averlo ascoltato vorresti abbracciarlo. Certamente per lui pregherai sempre.

“La mia esperienza è cominciata prima di andare a Medjugorje, due anni e mezzo fa, a casa mia. Ero in un periodo che non credevo in Dio. Vivevo in un momento particolare della mia vita, come purtroppo tanti altri giovani della mia età sperimentano e vivono.
In un momento forse che non c’era speranza, ecco che proprio in questo momento particolare giunge al mio orecchio che qualcosa stava succedendo in un posto.
E questo tramite mia madre che, sempre in questo momento particolare. mi aveva detto una sua esperienza personale: che Dio agisce in noi, che Dio non è soltanto il Dio del miracolo, il Dio che ha tutto quanto creato, ma è il Dio che anche ci aiuta.
Diciamo, in questo momento avevo bisogno di qualche speranza. Preso dalla droga, preso da sensi, preso da tante cose che il mondo offre gratuitamente a tutti quanti i giovani, avevo bisogno di uscire.
Ecco che in questo momento particolare, quando il Signore mi aveva già in questa maniera colpito, ma che troppe cose, e diciamo la più importante il peccato mi opprima, è non volevano lasciarmi aprire al Signore, ecco mia madre mi porta à casa un libro, dalla copertina bianca con una grande croce su sfondo azzurro (La Madonna a Medjugorje - Ed. Bertoncello). Proviamo a leggerlo. Ne ho letto tanti di libri .. Apro la prima pagina, leggo l’intestazione, poi sfoglio e mi trovo qualcosa di molto strano: “lo sono la vostra Madre e voglio da voi la pace, la pace, la pace”. E questa cosa in quel momento mi ci voleva, e resto scosso. Mi viene da piangere e piango, perché il Signore mi aveva già colpito in qualche maniera. Ed ecco che mi entra nel cuore questo dubbio!: è mia madre? Ma come è possibile che sia mia madre? Ecco che mi affiora dal profondo del cuore quel poco che ricordo del catechismo di quando ero piccolo da dieci, dodici anni che non praticavo, non seguivo il Signore —. Ecco mi ricordo che è vero che è Madre di Gesù, e qui nasceva il problema: se Gesù è Dio, Lei può essere anche mia madre, sì. Questo l’ho scoperto dopo. Pero questa verità mi era entrata in quel momento nel cuore: proprio che Lei era Mia Madre.
Allora compresi che dovevo cambiare e avevo tante cose da cambiare e anche un po’ gravi, erano cose che mi opprimevano.

Ma ecco la speranza che mi ritorna leggendo il libro. L’ho letto tutta la notte; l’ho finito lo stesso giorno. Lei prometteva che con la preghiera, il digiuno e la penitenza tutti noi possiamo cambiare, anche i peccatori più incalliti. E allora l’unica cosa che posso fare è provare. Provo. E ho cominciato.
Un’altra grazia è di aver una chiesetta vicino alla mia casa, quindi la paura che potevo avere in quel momento, paura di essere giudicato dagli amici, il Signore inizialmente me l’ha tolta e ho cominciato a pregare, a chiedere aiuto al Signore perché mi cambi.
Ecco li, la prima grazia che mi ha dato è la conversione. Subito dopo mi aiuta concretamente e mi dà la forza di smettere di fumare, di ubriacarmi e di drogarmi. Questo primo fatto mi aiuta a continuare “ad aver fiducia, perché se mi ha fatto fare questo passo, sicuramente me ne fa fare, penso, più di un altro. Ed ecco in me nasce il desiderio di andare a ringraziare innanzitutto per questo la Madonna, beh, diciamo “la Mamma’’, dai, mi piace più. La Madonna è un bel nome, “Signora”, però “Mamma” è più bello (battimani). Questi applausi sono per Lei, e allora più forte (un altro battimani più lungo e più caloroso ancora).

Adesso arrivano nuovi problemi, il problema che non avevo coraggio di confessarmi perché mi pesavano i miei peccati, inizialmente, mi pesavano tanto. Però anche ora mi viene incontro la mia mamma terrena, che mi presenta un sacerdote, il quale con le buone maniere mi fa comprendere che è una cosa importante quella della conversione e quella soprattutto della confessione. Vado da lui, mi confesso, confessione rapida rapida e poi scappo via. Arrivo a casa, mi torna il tormento. Niente da fare. Non è andata bene. Devo dire tutto quel che mi pesa. Allora il giorno dopo riparto, vado di nuovo da lui, ed ecco che sorgono altri problemi, proprio delle tentazioni molto forti, da aver paura, che mi si accavallano una sopra l’altra, ed avevo un timore grandioso di andare da quel sacerdote a confessarmi. Vedevo proprio del cose stranissime, come delle visioni.., che sarei morto per strada... insomma cose strane che poi me le sono spiegate chiaramente, avete capito come...
Prendo forza, vado giù; niente. A metà strada vedo che non succedé niente e dico: “Se la Madonna mi ha portato fino a qua, se la Mamma mi ha portato fino a qua, vado fino in fondo”.
Ed ecco che nella confessione questa volta più profonda, dopo aver avuto paura ed essermi vergognato, ecco che veramente sento che qualcosa cambia. Veramente mi sentivo un altro. Con la confessione mi sembrava di volare. Qui non resta altro che trovare il modo di andare a Medjugorje. Sempre più forte questo desiderio. A questo punto una “sorella” mi da l’opportunità di andare a Medjugorje — era problema di soldi, ero disoccupato, non trovavo lavoro, forse anche perché non avevo tanta voglia —. La “sorella” mi aiuta ad andare laggiù. Andare laggiù: il fatto più grande è proprio di sentire la Mamma.

Un paio di chilometri prima di arrivare a Medjugorje, ecco sento proprio la Sua presenza, la sentivo proprio. E la risposta che era la sua presenza è il fatto che mi sono messo a piangere, proprio perché sentivo la sua presenza, qualcosa che mi abbracciava, che mi dava la forza soprattutto, in un certo senso quasi mi ringraziava per quello che non avevo fatto...
Ed ecco in quel periodo un’altra grazia: il fatto di restare nell’interno della Chiesa, mentre le prime esperienze di Chiesa erano superficiali, quando guardavo molto il comportarsi dei cristiani e allora ero un po’ deluso della mancanza di coerenza.
Ecco che volevo tornare come prima, soltanto però starmene nel mio piccolo eremo a pregare e ringraziare il Signore. Era però un non partecipare assieme agli altri, e già questo era uno sbaglio. Dovevo muovermi e partecipare per essere partecipe di questo piano che il Signore sta affidando a ognuno di noi. Questa è l’esperienza che ho fatto.
Ritorno una terza volta a Medjugorje: esperienza della Messa, che in quel momento mi ha stravolto. Il sentire che veramente il Signore è presente nella Messa, che tutta la Trinità è presente nella Messa e che quindi la Madonna appare a Medjugorje, si, ma a ogni Messa è presente, e ancora più a ogni buona opera che facciamo nel Suo nome Lei è presente in noi... proprio questo mi ha dato la forza di dire: “Beh, posso non aver paura. E anche se qualche volta posso averla, devo superarla immediatamente, perché è mancanza di amore nei suoi confronti, perché è come non credere che Dio è onnipotente, quindi che è dappertutto e ci ama sempre ed è con noi in ogni momento ...”
E questa esperienza della Messa m’ha fatto riscoprire che Medjugorje è un posto particolare, ma è presente in ogni chiesa, in ogni posto è presente Medjugorje se noi lo vogliamo vivere.
Anche se Medjugorje resta sempre un posto particolare dove il Signore dà delle grazie particolari.
Ecco, tutto qua. Pace a Voi!” 

 
Fonte:medjugorje.altervista.org