Translate

venerdì 24 settembre 2021

"Il green pass non è richiesto per le celebrazioni": lo precisa il Cardinale Gualtiero Bassetti....

 


“La certificazione verde non è richiesta per partecipare alle celebrazioni. Si continua a osservare quanto previsto dal Protocollo CEI-


Lo precisa il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della CEI, spiegando che il termine “trattativa” con cui si è riferito questa mattina ai giornalisti, a margine dell’Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), fa riferimento proprio al Protocollo sottoscritto l’anno scorso. "Si tratta di una trattativa compiuta nel 2020, e che continua a essere valida ancora per l’oggi", viene specificato nel comunicato.
Governo del 7 maggio 2020, integrato con le successive indicazioni del Comitato Tecnico-Scientifico: mascherine, distanziamento tra i banchi, comunione solo nella mano, niente scambio della pace con la stretta di mano, acquasantiere vuote”.


Oggi sono felice, ho ritrovato la pace, ho ripreso a correre- TESTIMONIANZA SU MEDJUGORJE

 

GRAZIE PER AVERMI CHIAMATO  

 
E pensare che non sapevo neppure dove fosse Medjugorje! Una fede col contagocce, una continua ricerca della felicità, un amore per lo

sport, che diventa un'alibi per andare alla ricerca dell'isola che non c'è. Lo sport fin da piccolo, ma all'improvviso il giocattolo si rompe. Il dolore e la sofferenza a due anche "malconce" non concede sconti di pena; come se non bastasse, il problema fisico si ripercuote sulla psiche di un essere umano, che si ritrova, d'improvviso, catapultato nelle tenebre dell'Inferno. Non ci sono vie d'uscita all'orizzonte, non c'è una luce in fondo a quel tunnel maledetto. La Regina della Pace compie il primo passo, con tutto lo scetticismo iniziale di chi stenta a credere. Devo andare a Medjugorje, perché la chiamata è fin troppo evidente. Un

pellegrinaggio indimenticabile. Succede di tutto di più. Il piazzale antistante la chiesa di San Giacomo regala stati d'animo indimenticabili. Al mattino torna il dolore alle anche, e ritorna concreta l'ipotesi dell'inserimento delle protesi; alla sera l'ingranaggio si rimette a posto, si azzerano i cattivi pensieri, trionfa la grazia di Dio! Oggi sono felice, ho ritrovato la pace, ho ripreso a correre, ho voglia di amare ed essere amato! "GRAZIE PER AVERMI CHIAMATO - Così la Madonna di Medjugorje mi ha preso per mano" è il titolo del mio libro, in distribuzione su tutto il territorio nazionale, IL CUI RICAVATO ANDRÀ IN BENEFICENZA. (lo trovate negli store on-line, nelle librerie religiose, nel sito dell'editore, su richiesta dal proprio libraio di fiducia) Il libro è la sintesi di mille giorni di vita, un'autobiografia attenta nei dettagli, che tenta di spiegare un clamoroso rovescio della medaglia, quando meno te lo aspetti. Oggi sono qui a ringraziare Dio per la croce ricevuta, perché senza di essa non sarei mai tornato indietro, e non avrei cambiato strada. Ringrazio Maria per avermi accompagnato davanti a Suo Figlio, portandomi in salvo. La preghiera al primo posto! Non ci stanchiamo mai di pregare, non ci stanchiamo mai di dire "Grazie", con il Rosario tra le mani. Quando la mente si apre, il regno dei cieli pare vicino; quando anche il cuore si apre, il regno dei cieli è vicino!

 Mauro Braganti- 

TESTIMONIANZA IN VIDEO:👇👇👇 https://www.youtube.com/watch?v=HbTD1h3WX_A


 

CHE COSA DIRE A DIO: La preghiera a Dio non come richiesta, ma come incontro ...- Marija Dugandzic spiega

 


PERCHE’ MARIA E’ VENUTA? - Eco di Medjugorje nr.51

 
Marija Dugandzic spiega:




LA MADONNA E’ VENUTA PER INSEGNARCI A PREGARE
1. PREGARE E’ INCONTRARE DIO
D. Ci racconti qualche cosa del vostro gruppo di preghiera?
R.  Dalla mia esperienza posso dire che la Madonna è venuta per richiamarci e ricordarci che siamo figli di Dio e siamo immagine di Dio di fronte al mondo reso brutto dall'umanità. La Madonna ci ha indicato una strada da percorrere molto difficile,  se ci abbandoniamo veramente a Lei e al Signore, tutto diventa più facile. Dipende da noi: se ci affidiamo al Signore e non alla nostra forza (perché noi siamo niente, siamo zero) sentiamo subito il desiderio di cambiare la nostra vita. Quando una voce ci dice che non è possibile seguire la strada suggeritaci dalla Madonna, è proprio allora che dobbiamo affidarci al Signore: il Signore ci guida e manifesta la sua potenza proprio nella nostra dolcezza. Alcuni nel nostro gruppo hanno avuto paura proprio di iniziare, tanto da non riuscirci, o perché dicevano- era troppo tardi, ecc. Ma è proprio lì il momento in cui Dio vuole lavorare. Occorre tanto pregare e solo pregare! In tutti i messaggi la Madonna parla di Preghiera e solo di preghiera. Qualche volta il messaggio sembra non dirci nulla di nuovo, sempre quello, ci saremmo aspettati un messaggio diverso... Se la Madonna insiste significa che la cosa più importante è davvero la preghiera. Ma non la preghiera a Dio come richiesta di qualche cosa ma preghiera come incontro con Dio.
In passato, durante la preghiera, Dio ci sembrava essere sulle nuvole, lontano; lo pregavo quando le nostre forze non ce la facevano, o eravamo afflitti o gli altri non erano stati capaci di accontentarci e allora chiamavano Lui per ultimo! Sì, era un Dio proprio fuori dalla vita.

2. DARE TEMPO A DIO. NON SI PUO’ SENTIRE DIO NELLA FRETTA
La Madonna ci ha fatto capire questo: il Signore è presente in noi nella nostra vita; facciano parte di Lui. Noi siamo lui! Ecco allora occorre, per uscire dal proprio io umano, dalla nostra natura, la PREGHIERA!
Ci ha detto di dare tempo a Dio. Non si può pregare in fretta, tanto per pregare... La Madonna ci dice che Dio si incontra quando ci abbandoniamo a Lui totalmente, quando gli apriamo il cuore. Poi la Madonna ci ha invitato alla preghiera spontanea durante la quale uno liberamente può sorridere o piangere per essere davanti a Lui proprio cose si è.
Ecco allora che la tua vita e la tua preghiera non è più un incontro un Dio distante, in lontananza.., con un Signore che deve venire giù ed essere sempre pronto ad ogni chiaieta... no! La Madonna ci ha fatto capire che DIO è PADRE AMICO FRETELLO TUTTO.

3. NECESSITA’ DI RITIRARSI. CHE COSA DIRE A DIO?
Sempre la Madonna ci raccomanda di lasciare il tempo per Iddio. Dio non si può capire, non si può sentire nella fretta. Per questo tutti noi abbiamo bisogno di isolarci e lasciare qualche volta le nostre cose care, andare via, lasciare la nostra vita quotidiana (da qui si comprendono i motivi del loro ritiro di 5 mesi, n.d.r.). Non è che il Signore non ci parla: è che ci parla solo nella pace e altrove non lo possiamo sentire.
La Madonna ci ha detto che prima di un incontro con Dio dobbiamo purificarci, chiedere perdono a Dio delle nostre colpe e chiedere perdono ai fratelli. Ogni volta che si inizia una preghiera è necessario questo atto di umiltà. Se nella preghiera non sentiamo il Signore o dubitiamo di Lui che ci senta o che ci ascolti, ciò è dovuto perché non abbiamo chiesto davvero perdono all’inizio. Poi debbo raccogliermi, stare davanti a Lui. Poi chiedo a Dio che mi illumini per farmi capire se quello che sto chiederGli è una cosa che piace solo a me o è pure quello che Lui vuole. Quindi il primo passo è pormi davanti a Dio per accettare la sua volontà. Poi sento le intenzioni, le preghiere per gli altri. Sì, noi mettiamo le nostre intenzioni ma sempre secondo la Sua volontà. Se ci affidiamo alla Sua volontà resterò serena anche quando le mie intenzioni sono andate a rovescio. Se non vengo esaudito non diventerò triste perché la Sua volontà è per la mia salvezza. Tante volte ci attacchiamo alle cose materiali che ci fanno comodo; non sappiano vedere oltre i nostri orizzonti, tutto è chiuso da questo mondo; anche noi cristiani diciamo “dall’aldilà nessuno è tornato... chissà che ci sarà lassù?!” La Madonna ci fa capire questo: la vita eterna non incomincia lassù, ma comincia qui, nella nostra vita.

4. ACCOGLIERE SUBITO LA GRAZIA DI DIO PER NON DANNARSI
Voi avrete letto di sicuro quando la Madonna ha mostrato a Mirjana tante anime che vanno in Purgatorio, tante che vanno all’inferno e poche che vanno direttamente in Paradiso. Mirijana ha detto: “Ma, Signora, come è possibile ??? Come è possibile che Dio lasci andare tante anime all'inferno?” Poi Mirjana ha avuto paura e si è messa a piangere. Ma la Madonna ha risposto che tutte queste anime si dannano volendolo da sole, proprio perché nella loro vita son vissute volendo l’inferno; non non sentendo Dio, non hanno sentito il bisogno di Dio, cosicché hanno perso la grazia e la possibilità di chiedere a Lui perdono nell'ultimo istante della loro vita. Invece se uno durante la vita ha desiderato la grazia che Dio vuole dare a tutti (ma non tutti la vogliono), il Paradiso gli è iniziato già in questa vita. Anche coloro che sbagliano in buona fede, che hanno buone intenzioni, cercano Dio e sicuro andranno in Paradiso.
Di fronte a troppe anime disinteressate della Chiesa e di Dio, anime che vivono con l’inferno nel cuore, noi dobbiamo pregare tanto per loro! La Madonna ci ha detto che possiamo dare in aiuto a loro con la nostra preghiera e poi col digiuno, col fare sacrifici.
Ritornando alla preghiera, dobbiamo dire che questa è tanto importante, necessaria quanto lo è il cibo per il nutrimento della vita fisica. Ma dire è necessaria la preghiera potrebbe sembrare monotono. Ma non è così. Si incontrano persone che dicono “io ho pregato per tutta la vita e Lui non ml ascolta mai”... questo è successo perché il Signore lo lasci e senti lontano. Non hai mai permesso che il Signore ti parlasse, perché hai parlato sempre e solo tu, cosicché se Dio ti avesse esaudito tu avresti usato male i doni. Poi la Madonna raccomanda tanta costanza nella preghiera, nel digiuno, costanza nell’offrire a Dio piccole cose, senza mai scoraggiarsi se non riusciamo a fare grandi cose. Non puoi programmare di fare nella vita grandi cose o niente.

5. DIGIUNO DAL PECCATO E DIGIUNO DAL CIBO
Il digiuno deve essere sempre accompagnato dalla preghiera. Non iniziare mai a farlo solo per entusiasmo. Conosco delle persone che dopo due anni di digiuno mi dicono che non ne possono più: questo succede perché erano presi solo dal formalismo. Anche a noi succede che certe volte sopporto fisicamente il digiuno e altre no. E allora se non ne la sento, debbo prendere un po di frutta: occorre essere liberi dalle formalità. Il primo digiuno richiesto dalla Madonna è vivere senza peccato. E’ difficile, ma almeno dobbiamo sforzarci di controllare di più il nostro comportamento.
Il secondo digiuno è quello dal cibo. Tuttavia a Dio non piace se noi digiuniamo solo fisicamente (col cibo) e non cerchiamo di correggerci neanche di un millimetro nella nostra vita orale. Prima di tutto allora ci dobbiamo privare delle cose che conducono al male. Dobbiamo lavorare tanto per cambiare il nostro carattere che noi riconosciamo difettoso, me non abbiano il coraggio di iniziare a cambiarlo. Nella nostra poca voglia di correggerci dobbiamo ricorrere alla preghiera: "Signore, fammi capire dove io sbaglio, ciò che mi porta al male, fammi uscire da questa situazione”. Allora la preghiera è sempre necessaria in ogni digiuno e in ogni rinuncia.

6. INCONTRARE IL POVERO PRIMA COL CUORE, POI CON L’ELEMOSINA
Altro nostro difetto è credere troppo in noi stessi, sentirci tanto importanti che senza di noi non si può fare nulla. Con la preghiera bisogna convincerci che Dio sta con me, che è il Signore che mi manda, che da solo non posso fare niente. Tante volte il Signore rende vano il nostro lavoro perché abbiamo voluto fare da soli; il Signore cambia le cose se erano frutto del nostro egoismo.’ Egli chiede sempre questa apertura di fede. Se ci apriamo e lo lasciamo fare tutto avviene secondo il suo disegno.
Anche in vista di una buona azione è tanto importante pregare. Signore aiutami a capire se questa buona azione che io mi impegno a fare è davvero un bene”. Infatti la Madonna spesso ci ha corretti rimproverandoci che facciano del bene per essere importanti, per farci vedere, come quelli del Vangelo che facevano l'elemosina per farsi notare. Dl fronte ad un povero che chiede elemosina siamo subito portati a fare l’offerta. Ma con una breve preghiera potevo capire che oltre l’offerta dovremo incontrare.. quella persona, parlarci, fare capire al povero che è importante di fronte a Dio anche se si sente ultimo: lo dobbiamo prima incontrare con il cuore e poi con l’elemosina. In questo modo il povero non  viene umiliato: l'uomo non vive solo di cibo e di vestito. E’ più facile. 

 

 
Fonte:http://it.medjugorje.altervista.org/doc/altri_doc_medjugorje//34-dugandzic.php

giovedì 23 settembre 2021

Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù : OMELIA 23 SETTEMBRE 2021

 


CONCELEBRAZIONE
EUCARISTICA
CON I PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DEL
CONSIGLIO DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D'EUROPA (C.C.E.E.)


OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Giovedì, 23 settembre 2021


Ci sono tre verbi che oggi ci offre la Parola di Dio e che ci interpellano come cristiani e pastori in Europa: riflettere, ricostruire, vedere.

Riflettere è ciò che il Signore invita anzitutto a fare per mezzo del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento». Due volte lo dice al popolo (Ag 1,5.7). Su quali aspetti del proprio comportamento doveva riflettere il popolo di Dio? Ascoltiamo cosa dice il Signore: «Vi sembra questo il momento di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?» (v. 4). Il popolo, tornato dall’esilio, si era preoccupato di risistemare le sue abitazioni. E ora si accontenta di starsene comodo e tranquillo a casa, mentre il tempio di Dio è in macerie e nessuno lo riedifica. Questo invito a riflettere ci interpella: infatti, anche oggi in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle nostre sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato.

Riflettiamo: quante persone non hanno più fame e sete di Dio! Non perché siano cattive, no, ma perché manca chi faccia loro venire l’appetito della fede e riaccenda quella sete che c’è nel cuore dell’uomo: quella «concreata e perpetua sete» di cui parla Dante (Paradiso, II,19) e che la dittatura del consumismo, dittatura leggera ma soffocante, prova a estinguere. Tanti sono portati ad avvertire solo bisogni materiali, non la mancanza di Dio. E noi di certo ce ne preoccupiamo, ma quanto ce ne occupiamo davvero? È facile giudicare chi non crede, è comodo elencare i motivi della secolarizzazione, del relativismo e di tanti altri ismi, ma in fondo è sterile. La Parola di Dio ci porta a riflettere su di noi: proviamo affetto e compassione per chi non ha avuto la gioia di incontrare Gesù oppure l’ha smarrita? Siamo tranquilli perché in fondo non ci manca nulla per vivere, oppure inquieti nel vedere tanti fratelli e sorelle lontani dalla gioia di Gesù?

Su un’altra cosa il Signore, tramite il profeta Aggeo, chiede al suo popolo di riflettere. Dice così: «Avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati» (v. 6). Il popolo, insomma, aveva quanto voleva, e non era felice. Che cosa gli mancava? Ce lo suggerisce Gesù, con parole che sembrano ricalcare quelle di Aggeo: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, […] ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). La mancanza di carità causa l’infelicità, perché solo l’amore sazia il cuoreChiusi nell’interesse per le proprie cose, gli abitanti di Gerusalemme avevano perso il sapore della gratuità. Può essere anche il nostro problema: concentrarsi sulle varie posizioni nella Chiesa, su dibattiti, agende e strategie, e perdere di vista il vero programma, quello del Vangelo: lo slancio della carità, l’ardore della gratuità. La via di uscita dai problemi e dalle chiusure è sempre quella del dono gratuito. Non ce n’è un’altra. Riflettiamoci.

E dopo aver riflettuto, c’è il secondo passaggio: ricostruire. «Ricostruite la mia casa», chiede Dio tramite il profeta (Ag 1,8). E il popolo ricostruisce il tempio. Smette di accontentarsi di un presente tranquillo e lavora per l’avvenire. E siccome c’era gente che era contraria a questo, ci dice il Libro delle Cronache che lavoravano con una mano sulle pietre, per costruire, e l’altra mano alla spada, per difendere questo processo di ricostruzione. Non è stato facile ricostruire il tempio. Di ciò ha bisogno la costruzione della casa comune europea: di lasciare le convenienze dell’immediato per tornare alla visione lungimirante dei padri fondatori, una visione – oserei dire – profetica e d’insieme, perché essi non cercavano i consensi del momento, ma sognavano il futuro di tutti. Così sono state costruite le mura della casa europea e solo così si potranno rinsaldare. Ciò vale pure per la Chiesa, casa di Dio. Per renderla bella e ospitale, occorre guardare insieme all’avvenire, non restaurare il passato. Purtroppo è di moda quel “restaurazionismo” del passato che ci uccide, ci uccide tutti. Certo, dobbiamo ripartire dalle fondamenta, dalle radici – questo sì, è vero –, perché da lì si ricostruisce: dalla tradizione vivente della Chiesa, che ci fonda sull’essenziale, sul buon annuncio, sulla vicinanza e sulla testimonianza. Da qui si ricostruisce, dalle fondamenta della Chiesa delle origini e di sempre, dall’adorazione a Dio e dall’amore al prossimo, non dai propri gusti particolari, non dai patti e negoziati che possiamo fare adesso, diciamo, per difendere la Chiesa o difendere la cristianità.

Cari Fratelli, vorrei ringraziarvi per questo non facile lavoro di ricostruzione, che portate avanti con la grazia di Dio. Grazie per questi primi 50 anni a servizio della Chiesa e dell’Europa. Incoraggiamoci, senza mai cedere allo scoraggiamento e alla rassegnazione: siamo chiamati dal Signore a un’opera splendida, a lavorare perché la sua casa sia sempre più accogliente, perché ognuno possa entrarvi e abitarvi, perché la Chiesa abbia le porte aperte a tutti e nessuno abbia la tentazione di concentrarsi solo a guardare e cambiare le serrature. Le piccole cose squisite… E noi siamo tentati. No, il cambiamento va da un’altra parte, viene dalle radici. La ricostruzione va da un’altra parte.

Il popolo d’Israele ricostruì il tempio con le proprie mani. I grandi ricostruttori della fede del continente hanno fatto lo stesso – pensiamo ai Patroni. Hanno messo in gioco la loro piccolezza, fidandosi di Dio. Penso ai Santi, come Martino, Francesco, Domenico, Pio che ricordiamo oggi; ai patroni come Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce. Hanno cominciato da sé stessi, dal cambiare la propria vita accogliendo la grazia di Dio. Non si sono preoccupati dei tempi bui, delle avversità e di qualche divisione, che c’è sempre stata. Non hanno perso tempo a criticare e colpevolizzare. Hanno vissuto il Vangelo, senza badare alla rilevanza e alla politica. Così, con la forza mite dell’amore di Dio, hanno incarnato il suo stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza – lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza –; e hanno costruito monasteri, bonificato terre, ridato anima a persone e Paesi: nessun programma “sociale” fra virgolette, solo il Vangelo. E con il Vangelo sono andati avanti.

Ricostruite la mia casa. Il verbo è coniugato al plurale. Ogni ricostruzione avviene insieme, nel segno dell’unità. Con gli altri. Ci possono essere visioni diverse, ma va sempre custodita l’unità. Perché, se custodiamo la grazia dell’insieme, il Signore costruisce anche lì dove noi non riusciamo. La grazia dell’insieme è la nostra chiamata: essere Chiesa, un Corpo solo tra di noi. È la nostra vocazione, in quanto Pastori: radunare il gregge, non disperderlo e nemmeno preservarlo in bei recinti chiusi. Questo è ucciderlo. Ricostruire significa farsi artigiani di comunione, tessitori di unità a ogni livello: non per strategia, ma per Vangelo.

Se così ricostruiamo, daremo la possibilità ai nostri fratelli e sorelle di vedere. È il terzo verbo, con il quale si conclude il Vangelo odierno, con Erode che cercava di “vedere Gesù” (cfr Lc 9,9). Oggi come allora si parla tanto di Gesù. A quei tempi si diceva: «Giovanni è risorto dai morti […] È apparso Elia […] È risorto uno degli antichi profeti» (Lc 9,7-8). Tutti costoro apprezzavano Gesù, ma non comprendevano la sua novità e lo rinchiudevano in schemi già visti: Giovanni, Elia, i profeti... Gesù, però, non si può incasellare negli schemi del “sentito dire” o del “già visto”. Gesù sempre è novità, sempre. L’incontro con Gesù ti dà stupore, e se tu nell’incontro con Gesù non senti lo stupore, non hai incontrato Gesù.

Tanti in Europa pensano che la fede sia qualcosa di già visto, che appartiene al passato. Perché? Perché non hanno visto Gesù all’opera nelle loro vite. E spesso non lo hanno visto perché noi con le nostre vite non lo abbiamo mostrato abbastanza. Perché Dio si vede nei visi e nei gesti di uomini e donne trasformati dalla sua presenza. E se i cristiani, anziché irradiare la gioia contagiosa del Vangelo, ripropongono schemi religiosi logori, intellettualistici e moralistici, la gente non vede il Buon Pastore. Non riconosce Colui che, innamorato di ogni sua pecora, la chiama per nome e la cerca per mettersela sulle spalle. Non vede Colui di cui predichiamo l’incredibile Passione, proprio perché Egli ha una sola passione: l’uomo. Questo amore divino, misericordioso e sconvolgente, è la novità perenne del Vangelo. E domanda a noi, cari Fratelli, scelte sagge e audaci, fatte in nome della tenerezza folle con cui Cristo ci ha salvati. Non ci chiede di dimostrare, ci chiede di mostrare Dio, come hanno fatto i Santi: non a parole, ma con la vita. Chiede preghiera e povertà, chiede creatività e gratuità. Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza – questa è la malattia dell’Europa di oggi –, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa. Non possiamo che dare tutto noi stessi perché si veda questa intramontabile bellezza. 


Francesco - vatican.va


Maria Maestra di UMILTA'- Inevitabilmente nella nostra vita incontriamo tante UMILIAZIONI: ecco come accoglierle (CLICCA sul LINK)

 

Vita nello Spirito


 Oggi vediamo gli esempi più sublimi di umiltà e vediamo come possiamo praticarla e accogliere le umiliazioni che inevitabilmente incontriamo nella vita.
 
Incominciamo: nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo Amen.

L’umiltà di Dio
L’umiltà di Dio a noi e agli angeli è totalmente inconcepibile. La Kenosi la ‘discesa’ del Verbo, cioè il Suo svuotarsi di Sé, fino a prendere la nostra natura umana, è un mistero di amore che non potremmo mai comprendere, fino in fondo, ma soltanto contemplare e adorare eternamente. E come se non bastasse, Egli sceglie di salvarci morendo persino sul legno della croce, per diventare infine cibo e bevanda per noi nell’Eucarestia. Questi sono tre espressioni dell’umiltà divina, (la discesa, la croce, l’Eucarestia), che ci rivelano in modo eccelso la verità dell’Amore di Dio per noi, e sono il nostro più prezioso vanto, senza mai poter ricambiare l’amore dimostrato in questo estremo abbassamento. Ne deriva che quando noi ci inginocchiamo davanti all’Eucarestia, non è per umiliarci davanti a Dio, ma per avvicinarci, con la dovuta riverenza, almeno un po’ alla Sua umiltà, e seguirlo, per quanto ci è umanamente possibile, nel Suo abbassamento. Altrimenti nella nostra ignoranza e altezzosa superbia, rischiamo di calpestarlo, Lui che si è fatto il più piccolo in mezzo a noi nel Suo Sacramento d’Amore. Ci sono coloro che lo offendono, lo oltraggiano magari senza saperlo e manifestano in tal modo la loro infelice ignoranza, altri invece, che pensano di sapere, denunciano con i loro comportamenti privi di rispetto, la freddezza del loro cuore indurito e indifferente dinnanzi all’Amore di Dio che si dona senza limiti. L’umiltà di Dio rivelata nel Verbo incarnato come espressione del Suo Amore, è adorabile, ma non la possiamo prendere come modello perché è fuori dalla nostra portata.
L’umiltà di Cristo in quanto uomo, invece era assiduamente studiata dai santi e loro stessi hanno cercato di imitarla almeno in senso figurativo, impegnandosi a diventare pane, e pane spezzato, in unione con Cristo, per il prossimo e per l’umanità intera. “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29), è l’unica volta che Gesù ci chiede esplicitamente di imitarlo, e lo chiede a ciascuno di noi, invitandoci all’umiltà e alla mitezza.
 
L’umiltà di Maria
 
Maria, è tra tutte le creature il modello più perfetto di umiltà, e in quanto Madre della vita spirituale e maestra di umiltà, è imitabile solamente da lontano, ma possiamo esercitarci in modo graduale permettendo a Dio di liberarci passo per passo, da noi stessi. San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: “Maria è vissuta in grande nascondimento; perciò è chiamata dallo Spirito Santo e dalla Chiesa: Alma Mater, Madre nascosta e segreta. La sua umiltà è stata così profonda da non avere sulla terra attrattiva più forte e continua se non quella di vivere nascosta a se stessa e ad ogni creatura, per non essere conosciuta che da Dio solo”.
Ci sono tre mezzi principali nei quali possiamo esercitarci per crescere nell’umiltà: 
1- chiederla insistentemente a Dio, ad esempio con le litanie dell’umiltà,
2- guardare a Gesù, meditando la sua vita nascosta, la sua vita pubblica, la sua passione, e in modo particolare adorando l’Eucarestia,
3- sforzarci di imitare Maria. Alla vera umiltà del cuore si arriva soltanto attraverso profonde purificazioni di cui, a Dio piacendo, parleremo più avanti in un'altra catechesi. 
Sono queste le purificazioni passive che sono descritte da San Giovanni della Croce e che vengono da lui chiamate “notte dei sensi” e notte dello spirito”. Non conviene chiedere le umiliazioni a Dio, una richiesta che per la grande maggioranza di noi, sarebbe una rischiosa presunzione. Già Dio, nel Suo Amore, permette delle umiliazioni, e le manda a misura, affinché possiamo crescere nella verità dei figli di Dio. Un punto chiave sulla strada dell’umiltà, consiste nel accettare se stessi, con i propri difetti e con le proprie mancanze, con le povertà e le miserie che appartengono a tutti, in un modo o in un altro. Non è per niente facile per il nostro io orgoglioso accertarle e si preferirebbe non averle, ma ci sono perché fanno parte della nostra condizione umana. Questa umile accoglienza di noi stessi con le nostre fragilità, è fonte di vera guarigione e maturazione, sia umana che spirituale. Nello stesso tempo, non deve però portarci al disimpegno, perché il Signore ci chiede di lavorare su di noi, in una tensione alla perfezione delle virtù. Se permette che, nonostante il nostro impegno sincero, ci rimanga qualche mancanza che ci disturba e ci flagella, è per la nostra santificazione, come ha fatto con san Paolo e la sua spina nel fianco di cui egli stesso racconta. A Medjugorje la Gospa in un messaggio al gruppo di preghiera disse: “Quando avete distrazioni e difficoltà nella vita spirituale, sappiate che ciascuno di voi nella vita deve avere una spina spirituale la cui sofferenza lo accompagnerà a Dio.” Queste umiliazioni derivano dal nostro mondo interiore quando si scontra con la sua fragilità. Ci sono poi quelle che provengono dall’esterno e che se accolte, diventano stimoli per crescere nella somiglianza a Gesù. Come sempre siamo chiamati a collaborare con la grazia e un primo passo è quello di accettare le umiliazioni nelle quali ci imbattiamo nella vita di ogni giorno, invece di arrabbiarci o abbatterci. Anche questo va fatto con discrezione in modo diligente, cioè attenti soprattutto ad accrescere in noi la giusta motivazione, vale a dire, per amor di Dio. In un secondo passo possiamo impegnarci ad accogliere serenamente le umiliazioni, aderendo con figliale abbandono alla volontà di Dio che le permette, fino ad arrivare, con un passo successivo e decisivo a ringraziare Dio per il dono di ogni umiliazione, come ci insegnano i santi. Loro lo facevano perché amavano Dio al di sopra di tutto e avevano incominciato ad assaporare la Sua bontà e iniziato a conoscere il grande male del nostro ‘io’ orgoglioso, e il grande bene che ci procurano le umiliazioni vissute in Dio. Le umiliazioni vissute nella fede nell’Amore di Dio non ci annientano, ma ci fanno nascere alla vita in Dio. Il ramoscello che pensava di essere il centro di tutto, (e questa è il nostro egocentrismo autoreferenziale), non diminuisce e tanto meno viene annientato, quando si scopre parte di un albero, anzi può finalmente iniziare a respirare insieme a tutto l’albero. Questa nuova consapevolezza del ramoscello che noi siamo per natura, ci dona di essere per grazia una cosa sola con l’albero, l’albero della Vita che è Cristo; ci dona il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo, ‘la consapevolezza cristica’.
San Francesco, uno dei santi che si era profondamente unito a Cristo, lodava Dio per sorella acqua, la quale, come egli canta, è molto utile e umile e preziosa e casta. L’acqua è segno dell’umiltà perché scorre senza sosta all’ultimo posto, cioè cerca sempre il posto più basso, ed è questa il segreto di tutte le altre sue qualità. Noi non andiamo di nostra iniziativa all’ultimo posto. Dovremmo perciò incominciare a considerarla una grazia quando gli altri ci danno quella spinta esufficiente a scalzarci dal trono della superbia in cui ci troviamo. San Francesco poi definisce “perfetta letizia” quando la spinta è così forte da farci addirittura toccare il fondo. Questo perché, in tal caso, veniamo spinti tra le braccia di Gesù. È proprio così: quando ci sembra o effettivamente veniamo messi all’ultimo posto, siamo gettati nelle Sue braccia; è ogni volta come un invito dello sposo alla sposa a lasciarsi cadere nell’abbraccio di Colui che si è messo per sempre all’ultimo posto e che è lì che ci aspetta. Dobbiamo pertanto fissare lo sguardo non tanto alla nostra umiliazione, ma alla Sua gioia di poterci stingere di più al Suo Sacratissimo Cuore. Lì nel Suo Cuore Divino, che è una eterna fornace d’Amore, Gesù ci insegna le espressioni e il linguaggio del vero amore nella lavanda dei piedi. “L’amore si abbassa”, dichiarava santa Teresa di Gesù Bambino, e “si inchina a servire”. Sono questi i gesti che ci fanno crescere nel vero amore e noi siamo chiamati all’amore. Padre Pio insegnava: “L’umiltà e la carità sono le corde maestre, tutte le altre sono dipendenti da esse: bisogna solamente mantenersi bene in queste due. L’una è la più bassa, l’altra è la più alta. La conservazione di tutto l’edificio dipende dalle fondamenta e dal tetto: se si tiene il cuore indirizzato all’esercizio di queste, non s’incontreranno poi difficoltà nelle altre. Queste sono le madri delle virtù, quelle le seguono come fanno i piccoli pulcini con le loro madri” (epistolario di P. Pio). Se vogliamo crescere possiamo, e pertanto siamo invitati ad esercitarci anche attivamente a compiere gesti di umiltà quando abbiamo l’occasione di scegliere, ascoltando e assecondando le ispirazioni dello Spirito Santo, e impegnandoci di compiere ogni azione sotto gli occhi di Dio, per amor Suo, per piacere a Lui. Un primo atto di umiltà da praticare continuamente, è di abbassarci davanti agli altri, in spirito di vera umiltà, dato che Dio è presente in chiunque ci viene incontro. Chinarci davanti a Dio che mi viene incontro nel prossimo e servirlo con bontà e nella verità è imitare le sante e i santi, come la Gospa ci chiede di fare. Se poi istigati dal maligno, i nostri doni e talenti ci spingono ad innalzarci sopra gli altri, è necessario ricordarci fermamente che sono doni ricevuti da Dio senza il nostro merito. Gesù confidava a santa Faustina che Lui l’amava tanto perché lei accoglieva e viveva i doni che le donava con così grande umiltà. Il nostro comportamento nei confronti dei doni di Dio, è spesso purtroppo assai deludente, perché mentre Gesù ha pagato un prezzo così alto e li dona a noi con così grande gioia, noi invece li prendiamo come se fossero nostra conquista e vogliamo addirittura gloriarci di essi, usandoli per brillare davanti agli uomini. Sarebbe piuttosto doveroso e giusto accoglierli con gratitudine e gloriarci di Dio, che li dona con tanto amore. Dio vorrebbe colmarci di doni anche eccezionali, ma non lo può fare, per la nostra mancanza di umiltà. Perché se noi ci esaltiamo con i Suoi doni, cadiamo nel peccato grave dell’orgoglio e della superbia e perdiamo tutto. Per mantenerci umili è pertanto molto utile considerare che, se un'altra persona avesse ricevuto questi talenti e doni da Dio, avrebbe probabilmente risposto assai meglio alle grazie e le avrebbe fatte fruttificare molto di più. Infine è bene ricordare che, i doni che la mentalità odierna maggiormente ricerca sono per lo più doni secondari, come l’aspetto esteriore, le ricchezze e i possessi, l’ingegno di farsi strada, ossia tutte le capacità che ci rendono ammirati davanti agli uomini e ci gonfiano facilmente di orgoglio che nutre solamente la nostra superbia. Per questo san Paolo ci esorta: “Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi” (Rm12,16). I veri doni di Dio invece sono la bontà di cuore, il vero amore di Dio, lo spirito di carità e di servizio, e tutte le qualità che sono per di più nascoste agli occhi superficiali, ma che Dio contempla con gioia. Una lezione sull’umiltà che taglia la testa al toro, a tutti coloro che desiderano avanzare nella via spirituale con il proprio io, la si trova nel libro “L’Imitazione di Cristo” (libro 2, capitolo 2) e afferma: “Non credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad ogni altro”. Questa lezione è una massima per coloro che sono già molto avanti nel cammino, e noi siamo ancora agli albori, ma, se ci lasciamo guidare da Maria, Lei ci porterà alle vette della santità che è la vita di Cristo in noi, e che è mite e umile di cuore.
 
Oggi abbiamo guardato ai modelli di umiltà e infine accolto qualche suggerimento come esercitarci e crescere in questa virtù indispensabile per vita di grazia.
 
Nella prossima catechesi incominciamo a esaminare la luce della fede nei suoi molteplici aspetti,che è il fondamento positivo di tutta la vita spirituale.
 
Per ora ti auguro un buon cammino e che Dio benedica tutti i tuoi passi!!
 Padre Max
  “©Riproduzione riservata”.
 SE VUOI PUOI VEDERLO ANCHE IN
👇👇👇👇
VIDEO: 
PADRE MAX 
 
 
CLICCA SUL LINK


mercoledì 22 settembre 2021

Un diario, stranamente scomparso: ma Marinko non aveva bisogno di nessun promemoria per ricordare quel 25 giugno 1981

 



Marinko Ivankovic è salito al cielo il 19 agosto 2021
Il primo testimone dei fatti di Medjugorje
 (era un meccanico che accompagnava i ragazzi a scuola)
 
 
Come ha vissuto il miracolo delle apparizioni della Madonna un tranquillo meccanico di Medjugorje, durante i primissimi e confusi momenti in cui i giovani veggenti cominciarono a raccontare l’incredibile esperienza che stavano vivendo? Marinko Ivankovic è, oggi, un pensionato come tanti altri che trascorre serenamente la sua vita nel piccolo borgo croato; è vicino di casa dei veggenti e, nel corso degli avvenimenti del 1981, si è confrontato con loro e ha ascoltato i loro racconti. Ha tenuto perfino un diario, stranamente scomparso, in cui ha descritto tutto quello che era accaduto e di cui, suo malgrado, era stato testimone, annotando anche le proprie sensazioni, i dubbi e le emozioni provate in quegli attimi frenetici.

Marinko non ha bisogno di nessun promemoria per ricordare quel fatidico 25 giugno 1981: Da sempre vicino di casa dei veggenti, la sua memoria conserva perfettamente ogni attimo vissuto quando, mentre si trovava in macchina ( aveva 38 anni ) per andare a lavoro, si fermò per dare un passaggio a Marija e a Vicka che si dovevano recare a Citluk per un corso di formazione scolastico. Mentre erano tutti insieme in macchina, Vicka non potè fare a meno di raccontare all’uomo ciò che le era accaduto il pomeriggio precedente: aveva visto la Madonna. Non solo: continuava a vederla sul Podbrdo anche mentre era con lui e Marija in auto. Marinko fu sorpreso da queste affermazioni, arrestò improvvisamente la macchina, si voltò e fissò incredulo la ragazzina, chiedendole di raccontare tutto per filo e per segno. Ella gli confidò tutto: la paura, la fuga verso casa, il ritorno sulla collina, la visione della Gospa.
Ripensando a quei momenti, Marinko riferisce di aver creduto a Vicka immediatamente, di non aver avuto nessun dubbio nè sulle sue parole nè su quanto ella diceva di aver visto: si riservò, però, la possibilità di andare a parlare con Ivan, un altro dei veggenti di Medjugorje, per avere la conferma del racconto della ragazza. Ma i travolgenti eventi successivi non poterono che confermare ulteriormente quanto stava accadendo: Marinko si ritrovò a parlare con tutti i veggenti, ancora scombussolati dall’accaduto, ad ascoltare i loro racconti comuni, ma diversi, a consolare Ivanka, incapace di frenare il pianto sconsolato per avere visto la Madonna e avere saputo che la sua mamma, morta tempo prima, stava bene ed era con lei. Decise di rivolgersi a un sacerdote, cercò Padre Jozo che, però, non era a Medjugorje. Il sostituto gli rispose di non poter fare nulla in merito a questa vicenda, poichè se qualcuno dice di aver visto la Madonna, questo resta un fatto assolutamente privato e personale.

La concitazione e la tensione di quei momenti erano altissime, il paese in subbuglio, la notizia si spargeva veloce, cominciavano già i primi pellegrinaggi dei paesani sul monte: nessuno, in realtà, sapeva cosa pensare veramente, ma la devozione e lo stupore per un evento di tale portata non potevano essere trattenuti. Marinko visse quegli attimi fianco a fianco ai veggenti, condotto da loro nel punto preciso dove essi dicevano di vedere la Madonna ed il quarto giorno delle apparizioni lasciò una croce bianca per ricordarne il punto preciso.. L’uomo fu l’unico a riuscire a parlare con i ragazzi anche durante l’apparizione, nel momento culminante dell’estasi, quando essi cadono in ginocchio e appare la Madonna: rivolgeva loro le sue domande e otteneva le risposte, consapevole del fatto che la Madonna, in quei momenti parlava e si manifestava ai suoi prescelti. Lui credette da subito…..

Pubblicato da Unknown

"Sono un peccatore, ma la Chiesa non si merita questo: è opera del diavolo...” - LE PAROLE DEL PAPA A BRATISLAVA CON I MIEI PADRI GESUITI

 


Domenica 12 settembre 2021 

 Papa Francesco all'incontro con i rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese con 53 gesuiti

Un gesuita chiede: «Come sta?».

Ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene. Fare quell’intervento chirurgico è stata una decisione che io non volevo prendere: è stato un infermiere a convincermi. Gli infermieri a volte capiscono la situazione più dei medici perché sono in contatto diretto con i pazienti.

Un gesuita che ha lavorato per quasi 15 anni alla Radio Vaticana chiede che cosa i gesuiti devono avere a cuore per il lavoro pastorale in Slovacchia.

A me viene sempre in mente una parola: «vicinanza».

Vicinanza con Dio, innanzitutto: non lasciare la preghiera! La preghiera vera, del cuore, non quella formale che non tocca il cuore. La preghiera che lotta con Dio, e che conosce il deserto dove non si sente nulla. Vicinanza con Dio: lui ci aspetta sempre. Potremmo avere la tentazione di dire: non posso pregare perché sono indaffarato. Ma anche lui è indaffarato. Lo è stando accanto a te, aspettandoti.

Secondo: vicinanza tra voi, l’amore tra i fratelli, l’amore austero dei gesuiti che è molto fine, caritatevole, ma anche austero: amore di uomini. A me fa male quando sia voi sia altri sacerdoti si «spellano» tra loro. E questo blocca, non fa andare avanti. Ma questi problemi c’erano sin dall’inizio della Compagnia. Pensiamo, ad esempio, alla pazienza che Ignazio ha avuto con Simone Rodriguez. È difficile fare comunità, ma la vicinanza tra voi è davvero importante.

Terzo: la vicinanza al vescovo. È vero che ci sono vescovi che non ci vogliono, è una verità, sì. Ma non si trovi un gesuita che sparli del vescovo! Se un gesuita la pensa diversamente dal vescovo e ha coraggio, allora vada dal vescovo e gli dica le cose che pensa. E, quando dico vescovo, dico anche il Papa.

Quarto: vicinanza al popolo di Dio. Dovete essere come ci aveva detto Paolo VI il 3 dicembre del 1974: dove ci sono incroci di strade, di idee, lì ci sono i gesuiti. Leggete bene e meditate quel discorso di Paolo VI alla Congregazione Generale XXXII: è la cosa più bella che un Papa abbia detto ai gesuiti. È vero che se noi siamo davvero uomini che vanno agli incroci e ai limiti, creeremo problemi. Ma quello che ci salverà dal cadere nelle ideologie stupide è la vicinanza al popolo di Dio. E così potremo andare avanti e col cuore aperto. Certo, può darsi che qualcuno di voi si entusiasmi e poi arrivi il Provinciale a fermarlo dicendo: «No, questo non va». E allora bisogna andare avanti con la disponibilità ad essere obbediente. La vicinanza al popolo di Dio è tanto importante perché ci «inquadra». Non dimenticate mai da dove siamo stati estratti, da dove veniamo: il nostro popolo. Ma se noi ci stacchiamo e andiamo verso una… universalità eterea, allora perdiamo le radici. Le nostre radici sono nella Chiesa, che è il popolo di Dio.

Dunque, ecco vi chiedo quattro vicinanze: con Dio, tra voi, con i vescovi e il Papa, e quella con il popolo di Dio, che è la più importante.

Un gesuita prende la parola e ricorda che lì ci sono una ventina di religiosi ordinati preti clandestinamente, come lo è stato lui. Afferma che è stata una bellissima esperienza per loro essere cresciuti nel mondo del lavoro…

Il lavoro per guadagnarsi il pane… il lavoro manuale o intellettuale è lavoro, è salute. E il popolo di Dio, se non lavora, non mangia…

Uno dei presenti esordisce dicendo: «Io sono due anni più giovane di lei» e il Papa risponde alla battuta: «… ma non sembra! Tu ti trucchi!». E gli altri ridono. Prosegue: «Nel 1968 sono entrato nella Compagnia di Gesù da profugo. Sono stato membro della Provincia svizzera per 48 anni, e ora da 5 anni sono qui. Ho vissuto in Chiese molto diverse. Oggi vedo che molti vogliono tornare indietro o cercano certezze nel passato. Sotto il comunismo ho sperimentato la creatività pastorale. Alcuni addirittura dicevano che non si poteva formare un gesuita durante il comunismo, ma altri invece lo hanno fatto e noi siamo qui. Quale visione di Chiesa possiamo seguire?».

Tu hai detto una parola molto importante, che individua la sofferenza della Chiesa in questo momento: la tentazione di tornare indietro. Stiamo soffrendo questo oggi nella Chiesa: l’ideologia del tornare indietro. È una ideologia che colonizza le menti. È una forma di colonizzazione ideologica. Non è un problema davvero universale, ma piuttosto specifico delle Chiese di alcuni Paesi. La vita ci fa paura. Ripeto una cosa che ho detto già al gruppo ecumenico che ho incontrato qui prima di voi: la libertà ci fa paura. In un mondo che è così condizionato dalle dipendenze e dalla virtualità ci fa paura essere liberi. Nell’incontro precedente prendevo come esempio Il grande inquisitore di Dostoevskij: trova Gesù e gli dice: «Perché hai dato la libertà? È pericolosa!». L’inquisitore rimprovera Gesù di averci dato la libertà: sarebbe bastato un po’ di pane e nulla di più. Per questo oggi si torna al passato: per cercare sicurezze. Ci dà paura celebrare davanti al popolo di Dio che ci guarda in faccia e ci dice la verità. Ci dà paura andare avanti nelle esperienze pastorali. Penso al lavoro che è stato fatto – padre Spadaro era presente – al Sinodo sulla famiglia per far capire che le coppie in seconda unione non sono già condannate all’inferno. Ci dà paura accompagnare gente con diversità sessuale. Ci danno paura gli incroci dei cammini di cui ci parlava Paolo VI. Questo è il male di questo momento. Cercare la strada nella rigidità e nel clericalismo, che sono due perversioni. Oggi credo che il Signore chieda alla Compagnia di essere libera, con preghiera e discernimento. È un’epoca affascinante, di un fascino bello, fosse anche quello della croce: bello per portare avanti la libertà del Vangelo. La libertà! Questo tornare indietro lo potete vivere nella vostra comunità, nella vostra Provincia, nella Compagnia. Occorre stare attenti e vigilare. La mia non è una lode all’imprudenza, ma voglio segnalarvi che tornare indietro non è la strada giusta. Lo è, invece, andare avanti nel discernimento e nell’obbedienza.

Un gesuita chiede come vede la Compagnia oggi. Parla di una certa mancanza di fervore, di una volontà di cercare sicurezze più che di andare negli incroci, come chiedeva Paolo VI, perché non è facile.

No, facile certo non è. Ma quando si sente che manca il fervore, si deve fare un discernimento per capire il perché. Ne devi parlare con i tuoi fratelli. La preghiera aiuta a capire se e quando manca il fervore. Bisogna parlarne ai fratelli, ai superiori e poi devi fare un discernimento per verificare se è una desolazione solo tua o è una desolazione più comunitaria. Gli Esercizi ci danno la possibilità di trovare risposte a domande come questa. Io sono convinto che noi non conosciamo bene gli Esercizi. Le annotazioni e le regole del discernimento sono un vero tesoro. Dobbiamo conoscerle meglio.

Uno dei presenti ricorda che il Papa parla spesso delle colonizzazioni ideologiche che sono diaboliche. Fa riferimento, tra le altre, a quella del «gender».

L’ideologia ha sempre il fascino diabolico, come dici tu, perché non è incarnata. In questo momento viviamo una civiltà delle ideologie, questo è vero. Dobbiamo smascherarle alle radici. La ideologia del «gender» di cui tu parli è pericolosa, sì. Così come io la intendo, lo è perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna. L’astrazione per me è sempre un problema. Questo non ha nulla a che fare con la questione omosessuale, però. Se c’è una coppia omosessuale, noi possiamo fare pastorale con loro, andare avanti nell’incontro con Cristo. Quando parlo dell’ideologia, parlo dell’idea, dell’astrazione per cui tutto è possibile, non della vita concreta delle persone e della loro situazione reale.

Un gesuita ringrazia il Papa per le sue parole dedicate al dialogo ebraico-cristiano.

Il dialogo va avanti. Bisogna assolutamente evitare che ci siano interruzioni, che il dialogo si spezzi, si interrompa per fraintendimenti, come a volte accade.

Uno dei partecipanti dice al Papa della situazione della Chiesa slovacca e delle tensioni interne. Alcuni vedono lei addirittura come eterodosso, altri invece la idealizzano. Noi gesuiti – afferma – cerchiamo di superare questa divisione. Chiede: «Lei come affronta la gente che la guarda con sospetto?».

Per esempio, c’è una grande televisione cattolica che continuamente sparla del Papa senza porsi problemi. Io personalmente posso meritarmi attacchi e ingiurie perché sono un peccatore, ma la Chiesa non si merita questo: è opera del diavolo. Io l’ho anche detto ad alcuni di loro.

Sì, ci sono anche chierici che fanno commenti cattivi sul mio conto. A me, a volte, viene a mancare la pazienza, specialmente quando emettono giudizi senza entrare in un vero dialogo. Lì non posso far nulla. Io comunque vado avanti senza entrare nel loro mondo di idee e fantasie. Non voglio entrarci e per questo preferisco predicare, predicare… Alcuni mi accusavano di non parlare della santità. Dicono che parlo sempre del sociale e che sono un comunista. Eppure ho scritto una Esortazione apostolica intera sulla santità, la Gaudete et Exsultate.

Adesso spero che con la decisione di fermare l’automatismo del rito antico si possa tornare alle vere intenzioni di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II. La mia decisione è il frutto di una consultazione con tutti i vescovi del mondo fatta l’anno scorso. Da adesso in poi chi vuole celebrare con il vetus ordo deve chiedere permesso a Roma come si fa col biritualismo. Ma ci sono giovani che dopo un mese di ordinazione vanno dal vescovo a chiederlo. Questo è un fenomeno che indica che si va indietro.

Un cardinale mi ha detto che sono andati da lui due preti appena ordinati chiedendo di studiare il latino per celebrare bene. Lui, che ha senso dello humor, ha risposto: «Ma in diocesi ci sono tanti ispanici! Studiate lo spagnolo per poter predicare. Poi, quando avete studiato lo spagnolo, tornate da me e vi dirò quanti vietnamiti ci sono in diocesi, e vi chiederò di studiare il vietnamita. Poi, quando avrete imparato il vietnamita, vi darò il permesso di studiare anche il latino». Così li ha fatti «atterrare», li ha fatti tornare sulla terra. Io vado avanti, non perché voglia fare la rivoluzione. Faccio quello che sento di dover fare. Ci vuole molta pazienza, preghiera e molta carità.

Un gesuita parla della paura diffusa dei rifugiati.

Io credo che bisogna accogliere i migranti, ma non solo: occorre accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Servono tutti e quattro questi passaggi per accogliere veramente. Ogni Paese deve sapere fino a quanto può farlo. Lasciare i migranti senza integrazione è lasciarli nella miseria, equivale a non accoglierli. Ma bisogna studiare bene il fenomeno e capirne le cause, specialmente quelle geopolitiche. Occorre capire quel che succede nel Mediterraneo e quali sono i giochi delle potenze che si affacciano su quel mare per il controllo e il dominio. E capire il perché e quali sono le conseguenze.