DIECI REGOLE
E’ faticoso pregare. E’ ancor più faticoso imparare a pregare.
Sì può imparare a leggere e scrivere senza maestri, ma occorre essere
intuitivi in modo eccezionale e ci vuole tempo. Con un insegnante,
invece, è molto più semplice e si risparmia tempo.
Così è l’apprendimento della preghiera: si può imparare a pregare senza
scuola e senza maestri, ma l’autodidatta rischia sempre di imparare
male; chi accetta una guida e un metodo adatto, norinalmente arriva più
sicuro e più in fretta.
Ecco dieci tappe per imparare a pregare. Non si tratta però di regole da
“imparare” a memoria, sono traguardi da “sperimentare “. Perciò è
necessario che chi si assoggetta a questo “training” della preghiera si
impegni, il primo mese, ad un quarto d’ora di preghiera ogni giorno, poi
è necessario che man mano estenda sempre più il suo spazio di tempo per
pregare.
Normalmente, ai nostri giovani, nei corsi per le comunità di base
“chiediamo al secondo mese mezz’ora di preghiera quotidiana in silenzio,
al terzo mese un’ora, sempre in silenzio.
E’ la costanza quella che costa di più se si vuole imparare a pregare.
E’ mòlto opportuno iniziare non da soli, ma in un piccolo gruppo.
La ragione è che verificare ogni settimana col proprio gruppo il cammino
che si è fatto nella pregb.iera, confrontando con gli altri i successi e
gli insuccessi, dà forza ed è determinante per la costanza.
REGOLA PRIMA
La preghiera è un rapporto interpersonale con Dio: un rapporto “Io — Tu “.
Gesù ha detto:
Quando pregate dite: Padre...
(Lc. XI, 2)
La prima regola della preghiera è dunque questa: nella preghiera
realizzare un incontro, un incontro della mia persona con la persona di
Dio. Un incontro di persone vere. Io, vera persona e Dio vlsto come
persona vera. Io, vera persona, non automa.
La preghiera è dunque un calarmi nella realtà di
Dio: Dio vivo, Dio presente, Dio vicino, Dio persona.
Perchè la preghiera spesso è pesante? Perché non risolve i problemi?
Spesso la causa è semplicissima: nella preghiera non avviene l’incontro
di due persone; spesso io sono un assente, un automa ed anche Dio è
lontano, una realtà troppo sfumata, troppo lontana, con cui non comunico
affatto.
Finché nella nostra preghiera non c’è lo sforzo per un rapporto “Io — Tu
“, c’è falsità, c’è vuoto, non c’è preghiera. E’ un gioco di parole. E’
una farsa.
Il rapporto “Io — Tu” è fede.
Consiglio pratico
E’ importante nella mia preghiera che io usi poche parole, povere, ma ricche di contenuto. Possono bastare parole come queste:
Padre
Gesù, Salvatore
Gesù Via, Verità, Vita.
REGOLA SECONDA
La preghiera è comunicazione affettuosa con Dio, operata dallo Spirito e sorretta da lui.
Gesù ha detto:
“Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, ancora prima che gliele chiediate... “.
(Mt. VI, 8)
Dio è pensiero puro, è puro spirito; non posso comunicare con lui che
nel pensiero, attraverso lo Spirito. Non c’è altro mezzo per comunicare
con
Dio: Dio non posso immaginarlo, se mi creo una immagine di Dio, creo un
idolo..
La preghiera non è uno sforzo di fantasia, ma un lavoro di concetto. La
mente e il cuore sono gli strumenti diretti per comunicare con Dio. Se
fantastico, se mi ripiego sui miei problemi, se dico parole vuote, se
leggo, non comunico con lui. Comunico quando penso. E amo. Penso e amo
nello Spirito.
5. Paolo insegna che è Io Spirito che aiuta questo difficile lavoro
interiore. Dice:
Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perchè nemmeno sappiamo
che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con
insistenza per noi “.
(Rm. VIII, 26)
“Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito dei suo Figlio che grida: Abbà, Padre “.
(Gai. IV, 6)
Lo Spirito intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”.
(Rm. VIII, 27)
Consigli pratici
E’ importante nella preghiera che lo sguardo sia rivolto più a lui che a noi.
Non lasciar cadere il contatto del pensiero; quando “la linea cade”
riallacciare l’attenzione a lui con calma, con pace. Ogni ritorno a lui è
un atto di buona volontà, è amore.
Poche parole, molto cuore, tutta l’attenzione tesa a lui, ma nella serenità e nella calma.
Mai iniziare la preghiera senza invocare lo Spirito.
Nei momenti di stanchezza o di aridità implorare lo Spirito.
Dopo la preghiera: ringraziare lo Spirito.
REGOLA TERZA
La strada più semplice per la preghiera è imparare a ringraziare.
Dopo il miracolo dei dieci lebbrosi guariti uno solo era tornato indietro a ringraziare il Maestro.
Disse allora Gesù:
“Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove Sono? “.
(Lc. XVII, 11)
Nessuno può dire di non essere capace a ringraziare. Anche chi non ha mai pregato è capace a ringraziare.
Dio pretende la nostra gratitudine perchè ci ha fatti intelligenti. Noi
ci indignamo contro le persone che non sentono il dovere della
gratitudine. Siamo sommersi dai doni di Dio dal mattino alla sera e
dalla sera al mattino. Ogni cosa che tocchiamo è un dono di Dio.
Dobbiamo allenarci alla gratitudine. Non occorrono cose complicate:
basta aprire il cuore ad un grazie sincero a Dio.
La preghiera di ringraziamento è un grande alJenamento alla fede e a
coltivare in noi il senso di Dio. Bisogna soio controllare che il grazie
esca dal cuore e sia unito a qualche atto generoso che serva ad
esprimere meglio la nostra gratitudine.
Consìgli pratici
E’ importante interrogarsi sovente sui doni più grandi che Dio ci ha fatto. Forse sono: la vita, l’intelligenza, la fede.
Ma i doni di Dio sono innumerevoli e tra essi ci sono dei doni di cui non abbiamo mai ringraziato.
E’ bene ringraziare per chi non ringrazia mai, a cominciare dalle persone più vicine, come i familiari e gli amici.
REGOLA QUARTA
La preghiera è soprattutto esperienza di amore.
“Gesù si gettò a terra e pregava: « Abba, Padre! Tutto è possibile a te,
allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che
vuoi tu"
(Mc. XIV, 35)
E’ soprattutto esperienza di amore, perchè esistono tante gradualità
nella preghiera: se la preghiera è solo un discorrere con Dio, è
preghiera, ma non è la migliore preghiera. Così se ringraziate, se
implorate è preghiera, ma la preghiera migliore consiste nell’amare.
L’amore ad una persona non sta nel parlare, nello scrivere, nel pensare a
quella persona. Sta soprattutto nel far qualcosa volentieri per quella
persona, qualcosa che costi, qualcosa a cui quella persona ha diritto o
attende, o almeno gradisce molto.
Finchè a Dio parliamo soltanto diamo ben poco, flOfl siamo ancora nella preghiera profonda.
Gesu ha insegnato come si ama Dio “Non chi dice: Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio... “.
La preghiera dovrebbe essere sempre per noi un confronto con la sua
volontà e dovrebbe maturare in noi le decisioni concrete per la vita. La
preghiera così più che un “amare” diventa un “lasciarsi amare da Dio “.
Quando arriviamo a compiere fedelmente la volontà di Dio, allora amiamo
Dio e Dio può ricolmarci del suo amore.
“Chi fa la volontà del Padre mio, questi mi è fratello, sorella e madre “.(Mt. XII, 50)
Consigli pratici
Legare spesso la preghiera a questa domanda:
Signore, che cosa vuoi da me? Signore, sei contento di me? Signore, in questo problema, qual è la tua volontà? “.
Abituarci a scendere sempre nella concretezza:
lasciare la preghiera con qualche decisione ben precisa per migliorare qualche dovere.
Preghiamo quando amiamo, amiamo quando dìciamo qualcosa di concreto a
Dio, qualcosa che lui attende da noi o che gradisce in noi.
La preghiera vera comincia sempre dopo la preghiera, dalla vita.
REGOLA QUINTA
La preghiera è far calare la potenza di Dio nelle nostre viltà e debolezze.
“Attingete la forza nel Signore e nel vigore della sua potenza “.
(Ef. VI, 1)
Tutto posso in Colui che mi dà forza “.
(Fu. IV, 13)
Pregare è amare Dio. Amare Dio nelle nostre situazioni concrete. Amare
Dio nelle nostre situa zioni concrete significa:
specchiarci nelle nostre realtà quotidiane (doveri, difficoltà e
debolezze) confrontandole con schiettezza con la volontà di Dio,
chiedere con umiltà e fiducia la forza di Dio per portare avanti i
nostri doveri e le nostre difficoltà come Dio vuole.
Sovente la preghiera non dà forza perchè noi non vogliamo veramente
quello che chiediamo a Dio. Noi vogliamo veramente superare un ostacolo
quando precisiamo a noi stessi con molta chiarezza l’ostacolo e
chiediamo con molta schiettezza a Dio il suo aiuto. Dio ci comunica la
sua forza quando anche noi tiriamo fuori tutta la nostra forza.
Normalmente se chiediamo forza a Dio per il momento, per l’oggi, noi
collaboriamo quasi sicuramente con lui per superare l’ostacolo.
Consigli pratici
Riflettere, decidere, implorare: sono questi i tre tempi della nostra
preghiera se vogliamo sperimentare la forza di Dio nelle nostre
difficoltà.
E’ bene nella preghiera partire sempre dai punti che scottano, cioè dai
problemi che urgono di più: Dio ci vuole a posto con la sua volontà.
L’amore non sta nelle parole, nei sospiri, nei sentimentalismi, sta nel
cercare la sua volontà e nel farla con generosità. »
La preghiera è preparazione per l’azione, partenza per l’azione, luce e
forza per l’azione. Urge far partire sempre l’azione dalla ricerca
sincera della volontà di Dio.
REGOLA SESTA
La preghiera di semplice presenza o “preghiera disiIenzio" è importantissima per educare alla concentrazione profonda.
Gesù disse: « Venite in disparte con me, in un luogo solitario, e riposatevi un poco »
(Mc. VI, 31)
Al Getzemani disse ai suOi discepoli: «Sedetevi qui mentre io prego ».
Prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni... Si gettò a terra e pregava...
Tornato indietro li trovò addormentati e disse a Pietro: « Simone,
dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? » “.
(Mc. XIV, 32)
La preghiera di semplice presenza o “preghiera di silenzio” consiste nel
mettersi davanti a Dio eliminando parole, pensieri e fantasie,
sforzandosi nella calma solo di essere presenti a lui.
E’ la concentrazione il problema più determinante dellà preghiera. La
preghiera di semplice presenza è come un esercizio di igiene mentale per
facilitare la concentrazione e avviare la preghiera profonda.
La preghiera di “semplice presenza” è uno sforzo di volontà per renderci
presenti a Dio, è uno sforzo di volontà più che di intelligenza. Più di
intelligenza che di immaginazione. Anzi devo frenare l’immaginazione
concentrandomi su un unico pensiero: di essere presente a Dio.
E’ preghiera perchè è attenzione a Dio. E’ preghiera faticosa:
normalmente è bene prolungare questo tipo di preghiera solo per un
quarto d’ora, come avvio all’adorazione. Ma è già adorazione percbè è a
amorosa a Dio. Può facilitare molto questo pensiero di De Foucauld:
“Guar- ‘ do a Dio amandolo, Dio mi guarda amandomi “.
E’ consigliabile fare questo esercizio di preghiera davanti
all’Eucaristia, oppure in un luogo raccolto, gli occhi chiusi, immersi
nel pensiero della sua presenza che ci avvolge:
“In lui viviamo, muoviamo e siamo “.
(At. XVII, 28)
S. Teresa d’Avila, la specialista di questo metodo di preghiera, la
suggerisce a quelli che sono “continuamente dissipati” e confessa:
“Finché il Signore non mi suggerì questo metodo di preghiera, non avevo
mai ricavato soddisfazione o gusto dalla preghiera “. Raccomanda: “Non
fare lunghe e sottili meditazioni, ma solo guardare a lui “.
La preghiera di “semplice presenza” è un energetico efficacissimo contro
l’irriflessione, male radicale della nostra preghiera. E’ la preghiera
senza parole. Gandhi diceva: “E’ meglio una preghiera senza parole che
tante parole senza preghiera “.
Consigli pratici
E’ lo stare con Dio cie ci cambia, più che lo stare con noi stessi.
Se la concentrazione sulla presenza di Dio si fa difficile, è utile usare qualche semplice parola come:
Padre
Gesù Salvatore
Padre, Figlio, Spirito
Gesù, Via, Verità e Vita.
E’ molto utile anche la “preghiera di Gesù” del pellegrino russo “Gesù
Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore “, ritmata col respiro.
Curare la compostezza e la calma.
E’ preghiera di alta classe e insieme accessibile a tutti.
REGOLA SETTIMA
Il cuore della preghiera ò l’ascolto.
“Maria, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Marta,
invece, era tutta presa dai molti servizi... Gesù disse: « Maria ha
scelto la parte migliore »
(Lc. X, 39)
L’ascolto suppone di aver capito questo: che il personaggio-chiave della
preghiera non sono io, ma Dio. L’ascolto è il centro della preghiera
perchè l’ascolto è amore: è infatti attesa di Dio, attesa della sua
luce; l’ascolto affettuoso di Dio comprende già la volontà di rispondere
a lui.
L’ascolto si può fare interpellando umilmente Dio su di un problema che
ci assilla, oppure interpellando la luce di Dio attraverso la Scrittura.
Normalmente Dio parla quando io sono reparato alla sua parola.
Quando in noi imperversano la cattiva volontà o la menzogna, è difficile
sentire la voce di Dio, anzi difficilmente abbiamo il desiderio di
sentirla.
Dio parla anche senza parlare. Risponde quando vuole. Dio non parla “a
gettoni “, quando lo esigiamo noi, parla quando vuole lui, normalmente
parla quando siamo preparati ad ascoltarlo.
Dio è discreto. Non forza mai la porta del nostro cuore.
Io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me “.
(Ap. 111, 20)
Non è facile consultare Dio. Ma ci sono dei segni abbastanza chiari se
siamo nel giusto. Dio, quando parla, non va mai contro il buon senso o
contro i nostri doveri, ma può andare contro la nostra volontà.
Consigli pratici
E’ importante impostare la preghiera su qualche domanda che inchiodi ogni evasione, come:
Signore, che cosa vuoi da me in questa situazjo.. ne? Signore, che cosa vuoi dirmi con questa pagina di Vangelo?».
La preghiera che va decisa alla ricerca della volontà di Dio dà nerbo
alla vita cristiana, sviluppa la personalità, abitua alla concretezza
E’ solo la fedeltà alla volontà di Dio che ci realizza e ci fa contenti
REGOLA OTTAVA
Anche il corpo deve imparare a pregare.
Gesù si gettò a terra e pregava... “.
(Mc. XIV, 35)
Non possiamo mai prescindere del tutto dal corpo quando preghiamo. Il
corpo influenza sempre la preghiera, perchè influenza ogni atto umano,
anche il più intimo. Il corpo o diventa strumento della preghiera o
diventa ostacolo. Il corpo ha le sue esigenze e le fa sentire, ha i suoi
limiti, ha i suoi bisogni; spesso può impedire la concentrazione e
ostacolare la volontà.
Tutte le grandi religioni hanno sempre dato una importanza grandissima
al corpo, suggerendo prostrazioni, genuflessioni, gesti. L’Islam ha
diffuso la preghiera in modo profondo tra le masse più arretrate
soprattutto insegnando a pregare col corpo. La tradizione cristiana ha
sempre considerato molto il corpo nella preghiera: è imprudente
sottovalutare questa esperienza millenaria della Chiesa.
Quando il corpo prega, lo spirito entra subito in sintonia con lui; spesso non succede il contrario:
il corpo spesso fa resistenza allo spirito che vuole pregare. E’
importante perciò cominciare dal corpo la preghiera chiedendo al corpo
una posizione che aiuti la concentrazione. Può servire molto questa
norma: stare in ginocchio tenendo il busto ben e- retto; spalle apeiteTe
Threspirazione è regolare e piena, è più facile la concentrazione);
braccia rilassate lungo il corpo; occhi chiusi o fissi all’Eucaristia.
Consigli pratici
Quando si è soli è bene anche pregare a voce alta, allargando le
braccia; anche la prquije profonda aiuta molto la concentrazione.
Certe posizioni dolorose non aiutano la preghiera, così non l’aiutano le
posizioni troppo comode.
Non scusare mai la pigrizia, ma indagare sulle sue cause.
La posizione non è la preghiera, ma aiuta od ostacola la preghiera: bisogna curarla.
REGOLA NONA
Il luogo, il tempo, fI fisico sono tre elementi esteriori alla preghiera che incidono fortemente sulla sua Interiorità.
Gesù se ne andò sulla montagna a pregare “.
(Lc. VI, 12)
“...si ritirò in un luogo deserto e là pregava “.
(Mc. I, 35)
“Al mttino si alzò quando ancora era buio... “.
(Mc. I, 35)
passò la notte in preghiera “.
(Lc. VI, 12)
...si prost on la faccia a terra e pregava “.
(Mt. XXVI, 39)
Se Gesù ha dato tanta importanza al luogo e al tempo per la sua
preghiera, è segno che noi non dobbiamo sottovalutare il luogo che
scegliamo, il tempo e la posizione fisica. Non tutti i luoghi sacri
aiutano la concentrazione e certe chiese aiutano di più, certe di meno.
Devo anche crearmi un angolo di preghiera nella mia stessa casa o a
portata di mano.
Naturalmente pòsso pregare in qualunque luogo, ma non in qualunque luogo posso concentrarmi con la stessa facilità.
Così va scelto con cura il tempo: non qualunque ora della giornata
consente una profonda concentrazione. Il mattino, la sera, la notte sono
i periodi in cui normalmente la concentrazione è più facile. E’
importante abituarsi ad un’ora fissa per la preghiera; l’abitudine crea
la necessità e crea il richiamo alla preghiera. E’ importante cominciare
con slancio, fare dal primo istante, la nostra preghiera.
Consigli pratici
Siamo noi i padroni delle nostre abitudini.
Il fisico si crea le sue leggi e si adatta anche alle leggi che noi gli proponiamo.
Le abitudini buone non sopprimono tutte le lotte della preghiera, ma facilitano molto la preghiera.
Quando c’è un malessere di salute bisogna rispettano: non si deve
lasciare la preghiera, ma è importante cambiare il metodo di preghiera.
E’ l’esperienza la migliore maestra per scegliere le nostre abitudini di
preghiera.
REGOLA DECIMA
Per rispetto a Cristo che ce l’ha dato, il “Padre nostro” deve diventare la nostra preghiera cristiana.
“Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli... “.
(Mt. VI, 9)
Se Gesù ha voluto darci lui stesso una formula di preghiera è logico che
il “Padre nostro” deve diventare la preghiera preferita su tutte le
preghiere. Devo approfondire questa preghiera, usarla, venerana. La
Chiesa me l’ha consegnata ufficialmente nel Battesimo. E’ la preghiera
dei discepoli di Cristo.
E’ necessario che qualche volta nella vita si faccia uno studio prolungato e profondo su questa preghiera.
E’ una preghiera non da “recitare “, ma da “fare “, da meditare. Più che
una preghiera è una pista per la preghiera. E’ utile spesso impiegare
un’ora intera di preghiera approfondendo solo il Padre nostro.
Ecco alcune riflessioni che possono aiutare:
Le prime due parole contengono già in sè due regole importanti di preghiera.
Padre: ci richiama anzitutto alla confidenza e all’apertura di cuore verso Dio.
Nostro: ci richiama a pensare molto ai fratelli nella preghiera e ad unirci a Cristo che prega sempre con noi.
Le due parti in cui è diviso il “Padre nostro” contengono un’altro
richiamo importante sulla preghiera: anzitutto essere attenti ai
problemi di Dio, poi ai nostri problemi; prima guardare a Lui, poi
guardare a noi.
Per un’ora di preghiera sul “Padre nostro” può servire questo metodo:
I quarto d’ora: ambientazione alla preghiera
Padre nostro
Il quarto d’ora: adorazione
Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
III quarto d’ora: implorazione
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
IV quarto d’ora: perdono
Perdona come noi perdoniamo, non ci indurre in tentazione, liberaci dal Maligno.
Fonte: http://medjugorje.altervista.org/doc/pregare/04-10regole.html
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martedì 27 ottobre 2015
lunedì 26 ottobre 2015
Discorso con cui Papa Francesco ha concluso il Sinodo sulla famiglia
PAPA FRANCESCO
Care Beatitudini, Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle,
vorrei innanzitutto ringraziare il Signore che ha guidato il nostro cammino sinodale in questi anni con lo Spirito Santo, che non fa mai mancare alla Chiesa il suo sostegno.
Ringrazio davvero di cuore S. Em. il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S. Ecc. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore S. Em. il Cardinale Peter Erdő e il Segretario Speciale S. Ecc. Mons. Bruno Forte, i Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente e con totale dedizione alla Chiesa: grazie di cuore!
Ringrazio tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori,
Parroci e famiglie, per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa.
Ringrazio anche gli “anonimi” e tutte le persone che hanno lavorato in silenzio contribuendo generosamente ai lavori di questo Sinodo.
Siate sicuri tutti della mia preghiera, affinché il Signore vi ricompensi con l’abbondanza dei suoi doni di grazia!
Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?
Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto.
Sicuramente non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della Fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia.
Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana.
Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo.
Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia.
Significa aver cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini, in un momento storico di scoraggiamento e di crisi sociale, economica, morale e di prevalente negatività.
Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri.
Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.
Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori.
Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile.
Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi.
E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane». L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture.
Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici.
E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere.
Cari Confratelli,
l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule, delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). Significa superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16). Anzi significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27).
In questo senso il doveroso pentimento, le opere e gli sforzi umani assumono un significato più profondo, non come prezzo dell’inacquistabile Salvezza, compiuta da Cristo gratuitamente sulla Croce, ma come risposta a Colui che ci ha amato per primo e ci ha salvato a prezzo del suo sangue innocente, mentre eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6).
Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50).
Il beato Paolo VI, con parole stupende, diceva: «Possiamo quindi pensare che ogni nostro peccato o fuga da Dio accende in Lui una fiamma di più intenso amore, un desiderio di riaverci e reinserirci nel suo piano di salvezza [...]. Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono [...]. Dio è buono. E non soltanto in sé stesso; Dio è – diciamolo piangendo – buono per noi. Egli ci ama, cerca, pensa, conosce, ispira ed aspetta: Egli sarà – se così può dirsi – felice il giorno in cui noi ci volgiamo indietro e diciamo: Signore, nella tua bontà, perdonami. Ecco, dunque, il nostro pentimento diventare la gioia di Dio».
Anche san Giovanni Paolo II affermava che «la Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice».
Anche Papa Benedetto XVI disse: «La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio [...] Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10)».
Sotto questa luce e grazie a questo tempo di grazia che la Chiesa ha vissuto, parlando e discutendo della famiglia, ci sentiamo arricchiti a vicenda; e tanti di noi hanno sperimentato l’azione dello Spirito Santo, che è il vero protagonista e artefice del Sinodo. Per tutti noi la parola “famiglia” non suona più come prima, al punto che in essa troviamo già il riassunto della sua vocazione e il significato di tutto il cammino sinodale.
In realtà, per la Chiesa concludere il Sinodo significa tornare a “camminare insieme” realmente per portare in ogni parte del mondo, in ogni Diocesi, in ogni comunità e in ogni situazione la luce la luce del Vangelo, l’abbraccio della Chiesa e il sostegno della misericordia di Dio!
Grazie!
Care Beatitudini, Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle,
vorrei innanzitutto ringraziare il Signore che ha guidato il nostro cammino sinodale in questi anni con lo Spirito Santo, che non fa mai mancare alla Chiesa il suo sostegno.
Ringrazio davvero di cuore S. Em. il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S. Ecc. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore S. Em. il Cardinale Peter Erdő e il Segretario Speciale S. Ecc. Mons. Bruno Forte, i Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori e tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente e con totale dedizione alla Chiesa: grazie di cuore!
Ringrazio tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori,
Parroci e famiglie, per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa.
Ringrazio anche gli “anonimi” e tutte le persone che hanno lavorato in silenzio contribuendo generosamente ai lavori di questo Sinodo.
Siate sicuri tutti della mia preghiera, affinché il Signore vi ricompensi con l’abbondanza dei suoi doni di grazia!
Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?
Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto.
Sicuramente non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della Fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia.
Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana.
Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo.
Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia.
Significa aver cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini, in un momento storico di scoraggiamento e di crisi sociale, economica, morale e di prevalente negatività.
Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri.
Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.
Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori.
Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile.
Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi.
E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane». L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture.
Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici.
E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere.
Cari Confratelli,
l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule, delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). Significa superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16). Anzi significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27).
In questo senso il doveroso pentimento, le opere e gli sforzi umani assumono un significato più profondo, non come prezzo dell’inacquistabile Salvezza, compiuta da Cristo gratuitamente sulla Croce, ma come risposta a Colui che ci ha amato per primo e ci ha salvato a prezzo del suo sangue innocente, mentre eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6).
Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50).
Il beato Paolo VI, con parole stupende, diceva: «Possiamo quindi pensare che ogni nostro peccato o fuga da Dio accende in Lui una fiamma di più intenso amore, un desiderio di riaverci e reinserirci nel suo piano di salvezza [...]. Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono [...]. Dio è buono. E non soltanto in sé stesso; Dio è – diciamolo piangendo – buono per noi. Egli ci ama, cerca, pensa, conosce, ispira ed aspetta: Egli sarà – se così può dirsi – felice il giorno in cui noi ci volgiamo indietro e diciamo: Signore, nella tua bontà, perdonami. Ecco, dunque, il nostro pentimento diventare la gioia di Dio».
Anche san Giovanni Paolo II affermava che «la Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice».
Anche Papa Benedetto XVI disse: «La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio [...] Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10)».
Sotto questa luce e grazie a questo tempo di grazia che la Chiesa ha vissuto, parlando e discutendo della famiglia, ci sentiamo arricchiti a vicenda; e tanti di noi hanno sperimentato l’azione dello Spirito Santo, che è il vero protagonista e artefice del Sinodo. Per tutti noi la parola “famiglia” non suona più come prima, al punto che in essa troviamo già il riassunto della sua vocazione e il significato di tutto il cammino sinodale.
In realtà, per la Chiesa concludere il Sinodo significa tornare a “camminare insieme” realmente per portare in ogni parte del mondo, in ogni Diocesi, in ogni comunità e in ogni situazione la luce la luce del Vangelo, l’abbraccio della Chiesa e il sostegno della misericordia di Dio!
Grazie!
Il 22 ottobre a Medjugorje, la prima proiezione del documentario “40”.
Prima proiezione del documentario “40” a Medjugorje
Il documentario è certamente motivante per tutti coloro che partecipano all’iniziativa denominata “Quaranta giorni per la vita”, dal momento che mostra che questa lotta è molto esigente ma anche incoraggiante, se si considera il seppur piccolo progresso fatto finora a livello mondiale per quanto riguarda la sensibilizzazione delle comunità locali e la modifica di leggi e norme contrarie alla vita.
La prossima proiezione si terrà il 27 ottobre, presso la cripta della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Mostar, alle ore 18:30.
Se desiderate sostenere questa iniziativa o avere un’immagine chiara di ciò che si cela dietro il concetto di “diritto di scelta” e di diritto alla vita, unitevi a noi per la prossima proiezione!
Il comitato organizzatore dell’iniziativa “Quaranta giorni per la vita”
Fonte: http://www.medjugorje.hr/it/attualita/prima-proiezione-del-documentario-%E2%80%9C40%E2%80%9D-a-medjugorje,7380.html
AVVISO per il prossimo Festival dei Giovani a Medjugorje
Festival dei Giovani 2016 a Medjugorje
data: 24.10.2015.
Non molto tempo fa si è svolto, a Medjugorje, il Ventiseiesimo Incontro
Internazionale di Preghiera dei Giovani che, anche quest’anno, ha
riunito un gran numero di partecipanti, provenienti da ogni parte del
mondo. Sono già in corso i preparativi per il prossimo Incontro, ma gli
organizzatori dicono che, visto che per l’anno venturo è in programma
anche la Giornata Mondiale dei Giovani col Papa in Polonia,
eccezionalmente il Festival dei Giovani di Medjugorje del 2016 non
comincerà il 31 luglio, ma il 1° agosto. Vi aspettiamo quindi a
Medjugorje, cari giovani, per il Ventisettesimo Incontro Internazionale
di preghiera dei Giovani! Questi Incontri sono stati iniziati dal
defunto fra Slavko Barbarić nel 1990. Quell’anno vi parteciparono un
centinaio di giovani, due chitarristi ed alcuni cantori. Il programma si
svolse sotto un tendone verde. In seguito il numero dei partecipanti è
aumentato di anno in anno, fino a superare il numero di presenze
riscontrato ad ogni altro incontro a Medjugorje.
Fonte:http://www.medjugorje.hr/it/attualita/festival-dei-giovani-2016-a-medjugorje,7385.html
Fonte:http://www.medjugorje.hr/it/attualita/festival-dei-giovani-2016-a-medjugorje,7385.html
domenica 25 ottobre 2015
Messaggio, 25 ottobre 2015 dato alla veggente Marija
"Cari figli! La mia preghiera anche oggi è per tutti voi, soprattutto per tutti coloro che sono diventati duri di cuore alla mia chiamata.
Vivete in giorni di grazia e non siete coscienti dei doni che Dio vi da attraverso la mia presenza.
Figlioli, decidetevi anche oggi per la sanità e prendete l'esempio dei santi di questi tempi e vedrete che la santità è realtà per tutti voi.
Figlioli, gioite nell'amore perché agli occhi di Dio siete irripetibili e insostituibili perché siete la gioia di Dio in questo mondo.
Testimoniate la pace, la preghiera e l'amore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”
venerdì 23 ottobre 2015
"Il Podbrdo non è vuoto!" - Testimonianza di guarigione
P. Jozo: "Il Podbrdo non è vuoto!" - Tratto
dall'eco di Maria nr.172
La Madonna, nostra Madre e Madre della Chiesa, non ci ha raccolto su una montagna vuota. No, non è vuota. In questi 22 anni Lei ha riempito di Grazia la collina delle apparizioni e la montagna del Krizevac, e con questa Grazia ha abbracciato ogni pellegrino. Racconto un episodio che testimonia questa verità. Una signora della mia parrocchia, paralizzata da 15 anni, il 1° agosto disse al marito: "Andiamo a Medjugorje". Lui rispose: "È quasi mezzogiorno, non possiamo perché fa troppo caldo. Nelle tue condizioni…" Ma lei insisteva: "Dobbiamo andare!" E lui: "Ma ci sono 30.000 giovani a Medjugorje (n.d.r. era in corso il festival), tutto è occupato, dove troviamo un po’ di ombra?" Ma lei ripeteva: "Dobbiamo andare!". "La nostra auto non ha il climatizzatore: tu morirai di caldo nella macchina", cercava di convincerla… "No, dobbiamo andare!" Finalmente l’uomo acconsentì, prese la moglie, la mise sul sedile della macchina e la condusse a Medjugorje, sul Podbrdo. Cominciarono a pregare salendo piano, piano. Lei aveva i piedi paralizzati e senza più sensibilità, così come le mani: insensibili, chiuse e rattrappite. Doveva aiutarla il marito.
Tra il 1° e il 2° mistero della gioia, la moglie avvertì di aver sentito una voce: "Non hai più bisogno delle stampelle e del collare…". E subito dopo si rese conto che iniziava a ritornare vita nella sua schiena e in tutto il suo corpo. Improvvisamente cominciò a sentire nuovamente le gambe, i piedi … Provò toccarsi… Guardò le mani e vide che le dita si aprivano davanti ai suoi occhi. Un vero e proprio choc! Aveva fatto tante operazioni, ma poi i medici avevano deciso di smettere con gli interventi perché ogni volta la donna peggiorava sempre più. Così era rimasta paralizzata per 15 anni.
Dopo aver mostrato al marito al marito ciò che le stava succedendo si misero entrambi a piangere e continuarono a salire lungo le pendice della collina portando con sé le stampelle. Discesa dal Podbrdo, sentì nel cuore ancora un desiderio: "Devo confessarmi, pulire tutto, lasciare tutto". Entrata nel confessionale non poté tacere quella straordinaria guarigione e la raccontò a al sacerdote; ma lui tagliò corto: "Prega la tua penitenza e vai in pace…".
"Padre, sa, io ero molto grave e adesso sono guarita…" ."Sì, sì, vai in pace". Non riuscì a trasmettere la sua gioia…Dentro il cuore si ripresentò la sofferenza. L’indomani si recò all’ospedale. La dottoressa musulmana, vedendola camminare, le chiese: "Dove sei stata? In quale clinica?" "Sul Podbrdo". "Dov’è Podbrdo?" "A Medjugorje".
Il medico cominciò a piangere. Poi si aggiunsero gli altri medici e fisioterapisti che in quegli anni l’aveva seguita. "è un miracolo!", dicevano... Poteva fare tutti i movimenti come le persone sane!
Ne hanno parlato molti giornali, soprattutto mussulmani, riportando un’intervista con la dottoressa che per prima l’aveva visitata. In prima pagina hanno scritto: "La Madonna a Medjugorje ha guarito una donna…". Ma i giornali cattolici non hanno scritto niente… La mia domanda è: perché queste cose fanno paura a tanti sacerdoti, a tanti Vescovi? Perché non siamo umili e non osserviamo i frutti?
(da registrazione)
Fonte:http://medjugorje.altervista.org/doc/pjozo//28-pobrdo.php
La Madonna, nostra Madre e Madre della Chiesa, non ci ha raccolto su una montagna vuota. No, non è vuota. In questi 22 anni Lei ha riempito di Grazia la collina delle apparizioni e la montagna del Krizevac, e con questa Grazia ha abbracciato ogni pellegrino. Racconto un episodio che testimonia questa verità. Una signora della mia parrocchia, paralizzata da 15 anni, il 1° agosto disse al marito: "Andiamo a Medjugorje". Lui rispose: "È quasi mezzogiorno, non possiamo perché fa troppo caldo. Nelle tue condizioni…" Ma lei insisteva: "Dobbiamo andare!" E lui: "Ma ci sono 30.000 giovani a Medjugorje (n.d.r. era in corso il festival), tutto è occupato, dove troviamo un po’ di ombra?" Ma lei ripeteva: "Dobbiamo andare!". "La nostra auto non ha il climatizzatore: tu morirai di caldo nella macchina", cercava di convincerla… "No, dobbiamo andare!" Finalmente l’uomo acconsentì, prese la moglie, la mise sul sedile della macchina e la condusse a Medjugorje, sul Podbrdo. Cominciarono a pregare salendo piano, piano. Lei aveva i piedi paralizzati e senza più sensibilità, così come le mani: insensibili, chiuse e rattrappite. Doveva aiutarla il marito.
Tra il 1° e il 2° mistero della gioia, la moglie avvertì di aver sentito una voce: "Non hai più bisogno delle stampelle e del collare…". E subito dopo si rese conto che iniziava a ritornare vita nella sua schiena e in tutto il suo corpo. Improvvisamente cominciò a sentire nuovamente le gambe, i piedi … Provò toccarsi… Guardò le mani e vide che le dita si aprivano davanti ai suoi occhi. Un vero e proprio choc! Aveva fatto tante operazioni, ma poi i medici avevano deciso di smettere con gli interventi perché ogni volta la donna peggiorava sempre più. Così era rimasta paralizzata per 15 anni.
Dopo aver mostrato al marito al marito ciò che le stava succedendo si misero entrambi a piangere e continuarono a salire lungo le pendice della collina portando con sé le stampelle. Discesa dal Podbrdo, sentì nel cuore ancora un desiderio: "Devo confessarmi, pulire tutto, lasciare tutto". Entrata nel confessionale non poté tacere quella straordinaria guarigione e la raccontò a al sacerdote; ma lui tagliò corto: "Prega la tua penitenza e vai in pace…".
"Padre, sa, io ero molto grave e adesso sono guarita…" ."Sì, sì, vai in pace". Non riuscì a trasmettere la sua gioia…Dentro il cuore si ripresentò la sofferenza. L’indomani si recò all’ospedale. La dottoressa musulmana, vedendola camminare, le chiese: "Dove sei stata? In quale clinica?" "Sul Podbrdo". "Dov’è Podbrdo?" "A Medjugorje".
Il medico cominciò a piangere. Poi si aggiunsero gli altri medici e fisioterapisti che in quegli anni l’aveva seguita. "è un miracolo!", dicevano... Poteva fare tutti i movimenti come le persone sane!
Ne hanno parlato molti giornali, soprattutto mussulmani, riportando un’intervista con la dottoressa che per prima l’aveva visitata. In prima pagina hanno scritto: "La Madonna a Medjugorje ha guarito una donna…". Ma i giornali cattolici non hanno scritto niente… La mia domanda è: perché queste cose fanno paura a tanti sacerdoti, a tanti Vescovi? Perché non siamo umili e non osserviamo i frutti?
(da registrazione)
Fonte:http://medjugorje.altervista.org/doc/pjozo//28-pobrdo.php
CHE COSA E’ LA PREGHIERA?- La riflessione di P. Jozo
CHE COSA E’ LA PREGHIERA?
La riflessione di P. Jozo sulla preghiera ci aiuta ad essere fedeli ogni giorno.
Gesù Cristo, si legge nel Vangelo, ha sempre posto la preghiera davanti ad ogni scelta e azione.
Preghiera silenziosa, notturna il più delle volte. Preghiera continua, con gli Apostoli. Preghiera di lode, nel tempio di Gerusalemme. La Chiesa è in atteggiamento orante dal suo inizio quando gli Apostoli, con Maria, pregavano nel cenacolo e proprio allora lo Spirito di Gesù Risorto scese in ciascuno di loro. La Madonna a Medugorje, in vari messaggi ha chiesto, possiamo quasi dire “ implorato”, di pregare con forza, fedeltà e fiducia. Ma spesso ci chiediamo: “ Che cosa è la preghiera? Perché è così importante?”. A queste domande ci aiuta a rispondere P. Jozo dal monastero di Siroki Brijeg.
“...Che cosa è la preghiera? Non possiamo dire che cosa è. E’ un regalo, un dono. Ha una dimensione divina; non possiamo mai dire :”che cosa è” perché sempre è di più di quello che possiamo definire. Non possiamo dire che cosa è, ma possiamo vedere quali frutti fa e quali frutti fa oggi nella comunità e nella chiesa. La preghiera è un attivo incontro con il nostro Dio. Vero, vero, attivo. Incontro sincero con il nostro Dio nel quale veramente il Signore ci parla; nel quale possiamo aprire la nostra vita a Lui e dare amore, gloria e ringraziamento a Lui. E’ Lui che ci incontra. Il suo incontro sempre cambia l’uomo. Come ad esempio ha cambiato Zaccheo. Ascoltando Gesù che era entrato nella sua casa, Zaccheo ha deciso: “ Io ho da dare ai poveri, ho fatto del male agli altri, ho rubato; così ora voglio dare, dare e distribuire ai bisognosi; restituire a tutti quelli a cui ho fatto del male “. Vedete, lui non aveva mai pensato così. Ha pensato: “ Non importa in quale modo io posso avere”. L’importante era avere, avere facendo del male. Ma non sapeva cosa voleva dire “avere”. Quando ha incontrato Cristo, allora ha conosciuto, ha imparato ; per la prima volta ha sentito il bisogno di dare: Cristo è la preghiera.
L’uomo che sempre ha da dare, che sempre fa bene; l’uomo che prega è colui che ha imparato da Cristo a fare le opere buone. Benedice, aiuta, guarisce, illumina la strada a tutti, protegge tutti: l’uomo che prega è un profeta. L’uomo che prega sente la voce di Dio e sa vivere questa voce; è capace di collaborare con questa voce. L’uomo che prega risponde a questa chiamata e sa trasmettere il messaggio agli altri. L’uomo che prega è come Davide, che difende la propria Gerusalemme. E’ un profeta che difende la Chiesa. Per questo la Madonna ha detto:” Potete fermare la guerra con il Rosario”. Non con la politica; vedete come i politici non riescono! Non riescono! Perché non siamo capaci. Perché esiste una confusione. Esistono le famiglie in crisi. I mariti dicono :” Quando lascerò mia moglie sarò libero, sarò in pace! Quando scapperò dalla mia famiglia!”. Noi cristiani sappiamo che questo è tristezza, rovina; la più grande violenza. Non è la pace. Tanti invece credono che questa sia la pace. Vedi come non ci capiamo! Molti che vanno ad uccidere il figlio, vanno ad abortire, pensano :” Vado a liberarmi”. E noi diciamo : no, questa è una violenza una grave guerra, un omicidio. E gli altri dicono :” Ora sono a posto”. Ma non sono a posto! Pensano in modo sbagliato. L’uomo che non prega non può trovare la pace. Non sa che cosa è libertà, che cosa è la pace. Lasciare la moglie o accettare la moglie: che cosa è più grande?
L’uomo che prega sa difendere ed ottenere la pace nella propria casa e nella Chiesa. “Potete, con la preghiera...” E la Chiesa ha accettato la preghiera. Abbiamo bisogno del miracolo della pace. Per questo si prega. Qualsiasi legge di qualunque paese non cambia nulla. E’ la grazia di Dio che cambia l’uomo , fa capire cosa vuole dire Dio, la vita, la pace, il matrimonio, il figlio, sacerdote, Cristo, Papa, la Chiesa, la Bibbia, il Sacramento. Non si può capire questo con la legge. La Chiesa, povera , può stampare i libri, ma attraverso dei libri cosa si fa? Chi si è convertito perché ha letto un libro? Si deve incontrare l’uomo testimone. Cristo è diventato l’uomo, il verbo, la parola. Per diventare testimone. La sua testimonianza è l’amore. Dio è amore. Dio ama, Dio perdona, Dio è la nostra pace. Senza di Lui noi non riusciremo. Siamo chiamati alla conversione. Tornare al Padre, come figli prodighi. Andiamo a casa.
Trascrizione fedele dalla registrazione.
Fonte:http://medjugorje.altervista.org/doc/pjozo/preghiera2.html
La riflessione di P. Jozo sulla preghiera ci aiuta ad essere fedeli ogni giorno.
Gesù Cristo, si legge nel Vangelo, ha sempre posto la preghiera davanti ad ogni scelta e azione.
Preghiera silenziosa, notturna il più delle volte. Preghiera continua, con gli Apostoli. Preghiera di lode, nel tempio di Gerusalemme. La Chiesa è in atteggiamento orante dal suo inizio quando gli Apostoli, con Maria, pregavano nel cenacolo e proprio allora lo Spirito di Gesù Risorto scese in ciascuno di loro. La Madonna a Medugorje, in vari messaggi ha chiesto, possiamo quasi dire “ implorato”, di pregare con forza, fedeltà e fiducia. Ma spesso ci chiediamo: “ Che cosa è la preghiera? Perché è così importante?”. A queste domande ci aiuta a rispondere P. Jozo dal monastero di Siroki Brijeg.
“...Che cosa è la preghiera? Non possiamo dire che cosa è. E’ un regalo, un dono. Ha una dimensione divina; non possiamo mai dire :”che cosa è” perché sempre è di più di quello che possiamo definire. Non possiamo dire che cosa è, ma possiamo vedere quali frutti fa e quali frutti fa oggi nella comunità e nella chiesa. La preghiera è un attivo incontro con il nostro Dio. Vero, vero, attivo. Incontro sincero con il nostro Dio nel quale veramente il Signore ci parla; nel quale possiamo aprire la nostra vita a Lui e dare amore, gloria e ringraziamento a Lui. E’ Lui che ci incontra. Il suo incontro sempre cambia l’uomo. Come ad esempio ha cambiato Zaccheo. Ascoltando Gesù che era entrato nella sua casa, Zaccheo ha deciso: “ Io ho da dare ai poveri, ho fatto del male agli altri, ho rubato; così ora voglio dare, dare e distribuire ai bisognosi; restituire a tutti quelli a cui ho fatto del male “. Vedete, lui non aveva mai pensato così. Ha pensato: “ Non importa in quale modo io posso avere”. L’importante era avere, avere facendo del male. Ma non sapeva cosa voleva dire “avere”. Quando ha incontrato Cristo, allora ha conosciuto, ha imparato ; per la prima volta ha sentito il bisogno di dare: Cristo è la preghiera.
L’uomo che sempre ha da dare, che sempre fa bene; l’uomo che prega è colui che ha imparato da Cristo a fare le opere buone. Benedice, aiuta, guarisce, illumina la strada a tutti, protegge tutti: l’uomo che prega è un profeta. L’uomo che prega sente la voce di Dio e sa vivere questa voce; è capace di collaborare con questa voce. L’uomo che prega risponde a questa chiamata e sa trasmettere il messaggio agli altri. L’uomo che prega è come Davide, che difende la propria Gerusalemme. E’ un profeta che difende la Chiesa. Per questo la Madonna ha detto:” Potete fermare la guerra con il Rosario”. Non con la politica; vedete come i politici non riescono! Non riescono! Perché non siamo capaci. Perché esiste una confusione. Esistono le famiglie in crisi. I mariti dicono :” Quando lascerò mia moglie sarò libero, sarò in pace! Quando scapperò dalla mia famiglia!”. Noi cristiani sappiamo che questo è tristezza, rovina; la più grande violenza. Non è la pace. Tanti invece credono che questa sia la pace. Vedi come non ci capiamo! Molti che vanno ad uccidere il figlio, vanno ad abortire, pensano :” Vado a liberarmi”. E noi diciamo : no, questa è una violenza una grave guerra, un omicidio. E gli altri dicono :” Ora sono a posto”. Ma non sono a posto! Pensano in modo sbagliato. L’uomo che non prega non può trovare la pace. Non sa che cosa è libertà, che cosa è la pace. Lasciare la moglie o accettare la moglie: che cosa è più grande?
L’uomo che prega sa difendere ed ottenere la pace nella propria casa e nella Chiesa. “Potete, con la preghiera...” E la Chiesa ha accettato la preghiera. Abbiamo bisogno del miracolo della pace. Per questo si prega. Qualsiasi legge di qualunque paese non cambia nulla. E’ la grazia di Dio che cambia l’uomo , fa capire cosa vuole dire Dio, la vita, la pace, il matrimonio, il figlio, sacerdote, Cristo, Papa, la Chiesa, la Bibbia, il Sacramento. Non si può capire questo con la legge. La Chiesa, povera , può stampare i libri, ma attraverso dei libri cosa si fa? Chi si è convertito perché ha letto un libro? Si deve incontrare l’uomo testimone. Cristo è diventato l’uomo, il verbo, la parola. Per diventare testimone. La sua testimonianza è l’amore. Dio è amore. Dio ama, Dio perdona, Dio è la nostra pace. Senza di Lui noi non riusciremo. Siamo chiamati alla conversione. Tornare al Padre, come figli prodighi. Andiamo a casa.
Trascrizione fedele dalla registrazione.
Fonte:http://medjugorje.altervista.org/doc/pjozo/preghiera2.html
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