domenica 5 settembre 2021

L’umiltà è una virtù che il maligno non regge, ne ha paura più che dell’acqua santa, l’umile lo schiaccia- 2° INCONTRO


LA VIA DELL'UMILTA'

(2° INCONTRO: Vita nello Spirito)
 
Siano lodati Gesù Giuseppe e Maria.
Oggi vogliamo porre la nostra attenzione sul sentiero verso l’umiltà.
Incominciamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo Amen.
 
Il primo fondamento della vita di grazia è ovviamente la fede perché l’umiltà è semplicemente la condizione necessaria per accogliere questo sublime dono. Ma mentre Dio desidera ardentemente donarci il dono della fede, noi non siamo così solleciti a praticare, ad esercitarci nella virtù dell’umiltà. Quindi dobbiamo prima di tutto confrontarci con il vizio contrario dell’umiltà che costituisce l’ostacolo maggiore della vita di fede e che è la superbia. Gesù lo dichiara esplicitamente ai Giudei: “E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44).  
La vanagloria che è figlia della superbia, rende vana ogni impegno nella vita di fede. Ad un monaco fu chiesto in che cosa consistesse la santità e lui rispose: umiltà, umiltà e umiltà. Un altro padre vide il sentiero della vita spirituale piena di lacci, perciò sembrava impossibile camminare su di esso. Alla domanda su come potesse fare, la risposta fu: l’umiltà. Lumiltà è un atteggiamento del cuore, che non è mai stato molto di moda, perché non venne e ancora meno nel nostro tempo, viene compresa nella sua profonda bellezza. Oggi viviamo in una società in cui il comportamento contrario, l’orgoglio, è visto addirittura come un bene, una conquista positiva, e questo per diverse ragioni. Anzitutto, perché viviamo in un mondo nel quale Dio è messo all’ultimo posto, e di conseguenza la mentalità odierna è malsana e spinge all’egocentrismo. Senza Dio, l’unico confronto che rimane sono gli altri, e perciò il loro giudizio diventa cruciale, fatale, cosicché più si riesce ad apparire, a brillare davanti agli altri e davanti a se stessi, ad emergere e vivere sulla cresta dell’onda in una corsa frenetica, più ci si sente realizzati. Chi invece non ci riesce, vive purtroppo spesso demotivato se non addirittura depresso e si sente un fallito. L’umiltà viene recepita nell’ottica mondana come una debolezza di una persona che non sa farsi strada, soggetta agli altri perché non capace, scaturendo in essa il più delle volte un senso di inferiorità e di frustrazione. Oltre a ciò, il significato della parola orgoglio è frainteso e viene preso come sinonimo di fierezza e autostima, che sono due sentimenti positivi, costruttivi e aspetti indispensabili di una sana personalità, per un giusto rapporto con sé stesso e con il prossimo. Ma cosa è l’orgoglio in realtà? 
 
L’orgoglio
L’orgoglio, è un sentimento vizioso, una traviata percezione di sé, che focalizza la propria attenzione in modo esasperato sul proprio ego, la persona orgogliosa è piena di sé. L’orgoglio si pasce e cresce in noi, a causa di una qualche nostra qualità, capacità, opera reale o presunta che noi ascriviamo alla propria bravura, senza tener conto di Dio, dei talenti che ci ha elargito, dei suoi doni e della Sua grazia, e suscita un disordinato amor proprio, che porta a vantarsi di se stesso fino all’esaltazione di sé. Ovviamente queste descrizioni sono estreme, ma in tutti noi è insita questa tendenza in modo più o meno fortemente sviluppato. Dietro le apparenze di una persona orgogliosa si nasconde non di rado, un io ferito, insicuro con una bassa autostima, che reagisce a questo dolore angoscioso, chiudendo il suo cuore all’amore vero, e finisce col cadere nel baratro di un vero e proprio narcisismo, amando morbosamente se stesso, e facendo di sé un idolo. Ma qualunque sia la sua origine, l’orgoglio ha un potere devastante. Santa Teresa di Calcutta disse: “L’orgoglio annienta ogni cosa”. In una società senza Dio, e dopo il fallimento dell’idea depravata di esaltare il proprio popolo, razza o nazione attraverso un presunto ‘io collettivo’, come avvenne nelle ideologie dell’ultimo secolo quali nazismo, fascismo e comunismo. Oggi assistiamo all’esaltazione dell’io isolato, esibito come il centro dell’universo, e la mentalità odierna spinge esplicitamente all’individualismo e all’egocentrismo sfrenato. San Paolo l’aveva predetto scrivendo a Timoteo: “Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall'orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore” (2Tim 3,1-5). La Gospa ci mette in guardia e ci rivela chi ci trascina verso l’orgoglio: “Pregate, affinché satana non vi attiri con il suo orgoglio e con la sua falsa forza” (25.11.1987). 
 Fin dalla prima tentazione ai nostri progenitori il diavolo cerca di attirare l’umanità dietro di sé, nella sua iniqua volontà ribelle, di mettersi al posto di Dio. Feriti dal peccato originale, tutti abbiamo più o meno fortemente sviluppato la tendenza di mettere il nostro io al centro. Gli stessi apostoli litigavano letteralmente per i primi posti, e lo facevano in diverse occasioni, addirittura nei momenti più delicati della vita di Gesù, un dato di fatto che non viene per niente nascosto dagli evangelisti e manifesta tra altro la scarsa empatia dei discepoli verso Gesù. E così Gesù restava e tutt’ora resta spesso, solo in mezzo ai suoi amici. Vedendo il comportamento degli apostoli, dà a noi il coraggio di ammettere, almeno a noi stessi, il nostro orgoglio e la nostra voglia di primeggiare sugli altri, magari ben mascherati perché, in fondo, sappiamo che questa tendenza è deplorevole. L’orgoglio deve essere combattuto diligentemente, altrimenti insieme con sua sorella gemella la vanità, nutre, più di ogni altro vizio, la superbia. L’orgoglio e la vanità, specialmente nella sua forma più grottesca che è la vanagloria, infatti sono i primogeniti della superbia.
La superbia: regina e madre di tutti i vizi
La superbia è il primo dei sette vizi capitali, ed è la regina e la madre di tutti i peccati essendo la loro radice e il loro principio. Come madre selvaggia, la superbia si nutre dei suoi figli, che sono tutti i possibili peccati. La superbia fu il peccato di Lucifero e degli angeli ribelli. In noi si manifesta attraverso la bramosia della propria eccellenza e porta al culto di se stesso, all’idolatria del proprio io. Come conseguenza il superbo non vuole più riconoscere i suoi limiti, quelli del nostro essere creaturale e come triste esito porta al disprezzo di Dio, alla ribellione contro di Lui, alla ricerca di ogni possibile potenza terrena con arroganza, prepotenza, e disprezzo degli altri, credendosi e mettendosi sopra di tutti. La superbia, è il pensiero più malvagio e pericoloso, nasce nel profondo del cuore, da un rapporto distorto e contorto con il proprio io e dalla esigenza di grandezza che induce all’autoesaltazione e conduce nel vuoto tenebroso di una spaventosa solitudine. L’ultima conseguenza della superbia è l’inferno, l’io imprigionato nella voragine del più disperato abisso di un eterno abbandono. Ovviamente come vizio è la tentazione deleteria dei grandi della terra, tuttavia si annida in proposizioni diverse in tutti i cuori, cambia solo l’orizzonte che può essere anche semplicemente il posto di lavoro, la famiglia, o il raggio dei conoscenti.
 Noi siamo fatti ad immagine della Santissima Trinità, creati costitutivamente come esseri in relazione e ci realizziamo nella comunione d’amore. La superbia per certi versi è il contrario della carità. La carità si esprime nel dono di sé; con la carità l’io esce da se stesso per donarsi al tu che incontra, e che a sua volta è segno e manifestazione del Tu con la T maiuscola. Il vizio della superbia invece istiga di rivolgere e dirigere il dono di se, a se stesso, al proprio io, sviluppando l’amor proprio a tal punto che l’io viene proclamato e celebrato come il proprio dio, che vuol essere adorato. Verso il prossimo nutre fredda indifferenza. Ogni volta che entra in relazione, lo fa con un interesse ben calcolato, abusando l’altro, con i più svariati stratagemmi per trovarne un tornaconto personale di qualche piacere e vantaggio, o se invece il prossimo viene percepito come un male, si trasforma in disprezzo e odio. Gli atti della fede, della speranza e della carità fanno crescere i figli della luce. Gli atti di orgoglio, vanità e superbia fanno avanzare le tenebre nei cuori. O l’io si lascia coinvolgere dalla chiamata all’amore e sviluppa la sua natura relazionale o è fallimentare, e tutti noi ci troviamo più o meno coinvolti in tale battaglia tra queste due tendenze opposte. In un messaggio la Gospa ci dice: “Figli miei, la superbia sta regnando. Io vi indico l’umiltà. Figli miei, ricordate: solo un’anima umile brilla di purezza e di bellezza, perché ha conosciuto l’amore di Dio. Solo un’anima umile diviene un Paradiso, perché in essa c’è mio Figlio” (02.02.2012). La Madonna ci insegna come uscire da questo dilemma in cui l’umanità si trova: attraverso l’esperienza di essere voluti e amati. Il cammino di preghiera conduce proprio a questo: conoscere l’amore di Dio, farne profonda esperienza, lasciarsi amare, rimanere nel Suo amore e rispondere all’amore, amando Dio e il prossimo nell’amore di Dio. Come ho già accennato, ci sono persone, che si sentono incapaci di lasciarsi amare, e questo perché sono state talmente ferite nella loro dignità, che reagiscono con un orgoglio sproporzionato per difendersi e per paura di nuove ferite e delle volte finiscono a non credere più all’amore, e sono disperati. Dietro la corazza, che si sono costruite per proteggersi, si trova di solito una persona assetata di amore, insicura e piena di paura. Non è questo il momento di trattare un tema tanto dolente e delicato con poche battute. Il cammino di guarigione attraverso la preghiera lo affronteremo, a Dio piacendo, in una catechesi successiva. Ma va detto fin d’ora che una genuina esperienza dell’amore di Dio (anche attraverso i fratelli) dona la più autentica guarigione. Santa Elisabetta della Trinità dichiara: “L’orgoglio si pasce dell’amore di sé. Ebbene, bisogna che l’amore di Dio sia così forte, da spegnere ogni amore di noi stessi”. Dobbiamo scegliere di uscire dall’isolamento del nostro io, dall’ingannevole autosufficienza e impegnarci ad entrare in relazione con Dio attraverso il cammino di preghiera, perché siamo stati creati per vivere nell’amore.
Lasciare l’egoismo e seguire Dio sulla strada dell’umiltà
È beato chi si mette alla ricerca di Dio e “Dio si lascia trovare da chi lo cerca” dichiara il libro della Sapienza (cf Sap 1,2), e la Gospa a Medjugorje riafferma questa verità così fondamentale ripetutamente in diversi messaggi. Ma per cercarlo dobbiamo scendere dal trono della superbia, e seguire Dio sulla strada dell’umiltà. Lui che per noi è nato in una stalla e adagiato in una mangiatoia, salito sulla croce, e si dona senza fine nell’Eucaristia; nessuno potrà mai essere umile come Dio. La Sacra Scrittura rivela espressamente: “Dio resiste ai superbi e dà la Sua grazia agli umili” (Gc 4,5). Può sembrare umiliante per la nostra superbia chiedere aiuto a Dio, di far vedere al Signore la nostra povertà e miseria, i nostri fallimenti, ma solo allora Egli potrà trasformare tutta la nostra indigenza in nella sovrabbondanza della Sua benedizione. Per chi non ha ancora fatto esperienza dell’amore di Dio, può essere più difficile mostrare i propri peccati, confessare il proprio orgoglio, la vanità e la superbia, magari fin d’ora ben nascosti. Ma solo allora, Dio può perdonarci, guarirci e trasformare nella Sua misericordia tutto in grazia e salvezza. Aprirsi a Dio mostrando con fiducia i propri peccati, la propria miseria è un ottimo esercizio di umiltà. San Pietro ci esorta: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pt 5,6-7). Il Catechismo della Chiesa cattolica ci dice: “L'umiltà è il fondamento della preghiera…. L'umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera” (CCC 2559). Per aiutarci in questa discesa verso la nostra piccolezza, il Signore ci fa pregare con il Salmo 130, che ci dischiude il segreto dell’infanzia spirituale: “Signore,non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre,”. E chi è questa Madre se non la Madonna che a Medjugorje ci ha confidato: “desidero portarvi tutti nel mio abbraccio”. Nel Salmo 18 il salmista supplica il Signore di difenderci dalla tentazione dell’orgoglio pregando: “Anche dall'orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere”. L’umiltà è una virtù che il maligno non regge, ne ha paura più che dell’acqua santa, perché questa lo caccia, invece l’umile lo schiaccia. Sappiamo chi ha schiacciato e tutt’ora schiaccia il maligno sotto i suoi piedi, Lei che in tutta verità può dire che il Signore ha: “ha guardato l'umiltà della sua serva” (Lc 1,48), e che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;” (Lc 1, 51-52). Queste acclamazioni di Maria nel Magnificat sono state, sono e saranno sempre la legge eccelsa dell’agire del Signore che ama tanto l’umiltà.
Oggi abbiamo confrontato l’umiltà con la superbia, e indicato che nella umile preghiera possiamo fare l’esperienza dell’amore di Dio. 
 
Nella prossima catechesi esamineremmo la radice dell’umiltà e vedremmo le forme false dell’umiltà.
Per ora ti auguro un buon cammino e che Dio benedica tutti i tuoi passi.
 
PADRE MAX 
 




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