giovedì 10 settembre 2020

"Non sapere attendere "è la malattia della nostra società- Jelena Vasilj: il valore dell'attesa

 Jelena Vasilj: il valore dell'attesa

15/09/2003

Nella vita attendiamo soprattutto che essa si realizzi e, se siamo generosi, attendiamo anche la realizzazione della vita altrui. Per i genitori questo consiste nella cooperazione diretta con Dio nella creazione di una vita, mentre per i consacrati nel partorire un’altra volta la creatura alla vita eterna. Pensiamo a S. Pio: quanta sofferenza per la salvezza delle anime; o a madre Teresa, che come motto del proprio apostolato ha preso le stesse parole di Gesù sulla croce: Ho sete. Delle anime, naturalmente. Tutta la creazione è dunque in attesa della vita, della quale S. Giovanni ci dice che è Dio stesso (Cf. Gv 1,4). È una vita che ora non possediamo in pienezza e la cui realizzazione aspettiamo nella vita futura. Di essa l'apostolo Paolo scrive: Vediamo ora come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. (1Cor 13,12). Ma ci chiediamo perché l’attesa? Perché il Signore si fa attendere, o meglio, perché il Signore ci priva di questa visione nascondendosi? È chiaro che la risposta sta dalla nostra parte, dato che Dio vuole prepararci all'incontro con Lui. Ricordo alcune parole di S. Ignazio d’Antiochia molto impressionanti.

Martire ormai cosciente del suo futuro martirio, diceva: "Voglio essere tritato e macinato come il grano", ovvero: anch'io voglio morire per diventare Corpo di Cristo. Dunque la risposta, esigente ma anche semplice, è la seguente: dobbiamo essere preparati per la vita eterna. È come ci prepara il Signore? Togliendosi di mezzo... Visto che noi non siamo ancora pronti a godere interamente del bene che è Lui, Egli si fa da parte per suscitare in noi il desidero di possederLo. Un desiderio che ci prepara al futuro possesso di Dio. Un desiderio che, come dice s. Agostino, è il frutto della fede, perché ciò che è veduto è posseduto e quindi non è più desiderato: "Vada dunque il Signore a preparare il posto; vada per sottrarsi al nostro sguardo, si nasconda per essere creduto. Viene preparato il posto se si vive di fede. Dalla fede nasce il desiderio, il desiderio prepara al possesso, poiché la preparazione della celeste dimora consiste nel desiderio, frutto dell'amore" (Io.eu.tr. 68,3). Agostino ci spiega in che consiste questo frutto: "…a questo frutto della contemplazione è ordinato tutto l'impegno dell'azione; …viene cercato per se stesso, e non è subordinato ad altro. …Esso, dunque, rappresenta il fine che soddisfa tutte le nostre aspirazioni. Sarà perciò un fine eterno, perché non ci potrà bastare che un fine senza fine. … È precisamente di questa gioia, che sazierà ogni nostro desiderio, che il Signore ha voluto parlarci dicendo: La vostra gioia nessuno ve la potrà rapire" (Io.eu.tr. 101,5).

È molto importante sapere attendere questo frutto. I santi infatti si distinguono dalla capacità di sapere attendere, di credere. D'altronde potremmo dire che non sapere attendere è la malattia della nostra società. Attendiamo quando ci viene imposto d’attendere e spesso, invece di attendere, pretendiamo causando così numerose e talvolta atroci sofferenze a chi ci sta accanto. Direi che questa è la dinamica del peccato dove l’uomo, quasi indotto ad agire, non è capace di posporre il suo desiderio del possesso. Veniamo spinti quasi da una fretta ad agire, come Gesù stesso ci fa capire quando dice a Giuda: Quello che devi fare, fallo subito (Gv 13,27). L’attesa invece di possedere il frutto del desiderio spesso provoca lacrime, proprio come dice il Salmo: Pane sono diventate per me le mie lacrime, giorno e notte, quando dicono a me tutto il giorno: "Dov'è il tuo Dio?" (Sal 42,4). L'attesa provoca gemiti e vere doglie spirituali… Questo che è il frutto del suo travaglio, la Chiesa lo partorisce al presente nel desiderio, allora lo partorirà nella visione; ora gemendo, allora esultando; ora pregando, allora lodando Dio (Ibid). Sono infatti, le sofferenze che ci preparano ad accogliere Cristo; esse allargano la nostra anima e la rendono capace di accogliere la vita. Perciò abbracciati alla croce arriviamo al totale godimento della vita eterna, come dice s. Agostino: "È come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi… Ora, affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. Anche se uno ha gli occhi malati, può attaccarsi al legno della croce. E chi non riesce a vedere da lontano la meta del suo cammino, non abbandoni la croce, e la croce lo porterà. (Io.eu.tr. 2,2). 

 

Fonte: medjugorje.altervista.org

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