domenica 11 ottobre 2015

Aveva solo sei mesi di vita e a Medjugorje è avvenuto il miracolato



Arthur Boyle, Artie per gli amici,chioma folta, sorriso cordiale, faccia che ricorda vagamente Ronald Reagan. Cattolico del Massachussetts, da buon americano cattolico ha tredici figli, tutti avuti da Judi, unico amore della sua vita. Si sono innamorati che lui aveva dodici anni e lei undici. Quando si sono sposati, lui ne aveva diciannove. A quarantacinque anni Artie si è ritrovato con un brutto male. Sì, proprio quello. Visite, consulti, operazioni, insomma tutto l’ambaradam consueto che d’improvviso popola di medici e infermieri le giornate, che diventano un susseguirsi di appuntamenti, sale d’attesa, prelievi, ansie. Ve la faccio breve: ad Artie viene detto che non ha speranza. Ma Artie ha una famiglia alle spalle. E questa si attiva. Dove non arriva il medico, arriva la preghiera; quando la scienza getta la spugna, il credente non ha ancora esaurito le sue chances.
Così, un cognato e un amico convincono Artie a farsi accompagnare a Medjugorje. I medici non sono d’accordo, perché quello è messo davvero male: le metastasi si sono ormai diffuse. Ma per il terzetto è, semmai, un motivo in più per andare. Ve la faccio di nuovo breve: in cima al Krizevac, il “terminale” avverte un acuto dolore e un forte senso di soffocamento; gli accompagnatori temono che, come dicevano i medici, stia morendo per lo sforzo dell’arrampicata. Invece, quello è sicuro che la Madonna lo abbia guarito.
Finale: ritorno negli Usa, esami, il male è sparito. Questa storia è accaduta nel dicembre 2000 e Arthur Boyle ha atteso fino allo scorso anno per darla alle stampe. Perché? Perché dopo tutto questo tempo è ancora vivo e sta benissimo. Il suo libro è stato un bestseller e il suo caso ha fatto il giro dei media statunitensi. Ora esce in Italia per la Ares: Sei mesi di vita. Ma la Madonna è intervenuta a Medjugorje. Artie si è affidato a una scrittrice professionista (che ha cofirmato) e, visto che c’era, ha coinvolto personaggi eccellenti come Jim Caviezel (il Gesù di The Passion), Raymond Flynn (ex ambasciatore Usa presso la Santa Sede), Ivan Dragicevic (uno dei veggenti bosniaci, che vive in Massachussetts), Bobby Orr (una leggenda dell’hockey su ghiaccio), una famosa attrice, un direttore di giornale… Ha fatto un’americanata, insomma, ma è più che altro un botto pirotecnico di gioia. E di riconoscenza alla Gospa.
Al Massachussetts General Hospital dicono che «le probabilità di una sopravvivenza di quindici anni in questo stadio del tumore e con questa velocità di sviluppo sono zero». Un altro dei medici che seguivano Artie confessa: «Ogni volta che lo incontro mi sento sicuro che Dio esiste». Un miracolo della fede? Sì, certo, della fede di pochi: la moglie, il cognato, l’amico del cuore. Artie stesso non era granché roccioso al riguardo, Né i suoi numerosi figli, giovani americani dell’era Obama. Ma adesso, ecco che cosa dice uno di loro, Brian, giocatore di hockey (su ghiaccio pure lui) nella squadra dei New York Rangers: «La guarigione di mio padre è stata una fonte di conversione per me e per i miei undici fratelli. Ci ha cambiato tutti per sempre». Due miracoli al prezzo di uno, il secondo più importante del primo. Già, perché lo si dimentica sempre: la guarigione fisica è niente rispetto alla conversione.
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